Si torna a parlare del Toxoplasma gondii, il protozoo responsabile della toxoplasmosi, in relazione ai gatti domestici. Una nuova ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica Schizophrenia Research, ha infatti accesso i riflettori sul possibile collegamento tra il possesso di un felino domestico, dove il parassita conclude il suo intero ciclo vitale, e lo sviluppo di patologie mentali. Al momento, però, si tratterebbe soltanto di un’evidenza statistica, più che di un effettivo rapporto causa-effetto, da analizzare quindi in successivi studi.

Non è la prima volta che si parla di serie conseguenze in relazione alla toxoplasmosi, una patologia frequente e spesso inosservata poiché non di rado priva di sintomi. E normalmente i riflettori sono puntati sui gatti domestici, poiché proprio nel felino di casa il Toxoplasma gondii conclude tutti gli stati del suo ciclo di vita, per poi essere rilasciato con le feci. Un team di ricercatori dello Stanley Medical Research Institute e dello Stanley Laboratory of Developmental Neurovirology, ha voluto indagare se vi fosse una relazione tra il possesso di un gatto e la diagnosi di schizofrenia. Partendo da due precedenti studi degli anni ’90, i ricercatori hanno analizzato dei questionari consegnati nel 1982 a 2.125 famiglie appartenenti al National Institute of Mental Illness, scoprendo come il 50,6% delle persone del campione affette da schizofrenia abbia condiviso l’infanzia con un felino. Partendo da questo dato, si vuole ora tentare di capire se l’infezione da toxosplasmosi possa essere annoverata tra i vari fattori, sia di origine ambientale che genetica, che potrebbero contribuire allo sviluppo di patologie mentali durante il corso della vita.

Pur essendo il gatto al centro delle attenzioni, poiché come già spiegato portatore ultimo del Toxoplasma gondii, non vi sarebbero al momento elementi per alimentare allarmismi. Oltre a non essere la schizofrenia un disturbo particolarmente diffuso, pare sia sufficiente non entrare in diretto contatto con le feci del felino, poiché il contagio avviene per ingestione accidentale degli oocisti. Questo significa, riporta Health, come il normale accudimento del gatto non comporti particolari rischi, soprattutto se lo smaltimento della lettiera avviene tramite le comuni norme igieniche, quindi utilizzando guanti, palette e lavando accuratamente le mani dopo l’operazione. Inoltre, non solo i gatti che non hanno accesso all’esterno hanno ridottissime chances di ospitare il parassita, ma gli esperti ricordano come potrebbero essere altri i veicoli di infezione, quali la normale alimentazione come carni crude e verdure poco lavate. Nel frattempo, non resta che attendere i risultati dei futuri studi elaborati sul tema.

16 giugno 2015
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