Se ne discute ormai da diverso tempo, soprattutto in ambito scientifico: i gatti in libertà, soprattutto se selvatici, possono rappresentare una minaccia alla biodiversità. A causa delle loro abilità da perfetti cacciatori, infatti, i felini più amati pare siano responsabili della perdita di numerose specie animali, tra volatili e roditori. In tal senso, grandi polemiche aveva suscitato la proposta australiana di sopprimere oltre 2 milioni di gatti nell’arco di un biennio, una scelta che aveva smosso diverse associazioni animaliste, nonché altrettanti rappresentanti del mondo dello spettacolo. Una nuova ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica Proceedings of the National Academies of Sciences, rischia però di tratteggiare un quadro ancora più allarmante: secondo quanto affermato dai ricercatori, quella dei gatti selvatici sarebbe un’emergenza di biodiversità globale. Che fare? E, soprattutto, come possono contribuire nel loro piccolo i tanti proprietari di gatti?

Dagli studi, è emerso come negli ultimi 500 anni i gatti in libertà, sia randagi che originariamente selvatici, siano responsabili della scomparsa di 63 specie animali, tra uccelli, piccoli mammiferi e rettili. Un dato preoccupante, se si considera come sia secondo soltanto ai roditori, responsabili dell’estinzione di 75 specie. In particolare, gli amici felini starebbero causando maggiori problemi, con le loro abilità di caccia, nelle aree del mondo dove la loro introduzione è stata tardiva, come in Australia e in Nuova Zelanda: qui contribuirebbero alla scomparsa di specie uniche nel loro genere, non disponibili in altri luoghi del mondo.

Tramite l’analisi dei dati raccolti dall’International Union for Conservation of Nature, i ricercatori dell’università australiana di Deakin hanno provato a stimare l’impatto globale dei gatti, definendoli dei predatori particolarmente invasivi. Ma quali sono le soluzioni per contenere le loro azioni, affinché possano essere preservate molte delle specie animali a rischio?

Una risposta univoca pare non esista e, per questo, i ricercatori invitano a un concerto globale affinché si trovino delle strategie condivise. Sebbene la soppressione sia vista da molti come la modalità più veloce ed economica, questa solleva quesiti a livello etico, inoltre è ostacolata sia dall’opinione pubblica che dalle associazioni più impegnate nella tutela dei felini. Allo stesso tempo, però, un piano di sterilizzazione su larga scala avrebbe degli effetti solo nel lungo periodo, con la naturale riduzione della popolazione di gatti, mentre nell’immediato non sarebbe sufficiente per garantire la sopravvivenza delle specie già gravemente minacciate. Nel mentre, sono al vaglio i primi studi su metodi alternativi che, almeno in fase preliminare, hanno mostrato i primi risultati promettenti: collari colorati, campanelli e qualsiasi altro dispositivo che potrebbe allertare le prede dell’arrivo di un felino, permettendo loro di mettersi in salvo.

Ma cosa possono fare i proprietari, nel loro piccolo, per migliorare questa situazione? Ovviamente, è riconosciuto e stimato il ruolo del gatto come animale domestico e non vi è necessità alcuna di allarmarsi, perché l’accudimento di un amico a quattro zampe non è messo in dubbio. I ricercatori ne consigliano però la compagnia indoor, affinché l’esemplare di casa non vada a rinfoltire le fila del randagismo, nonché una pronta sterilizzazione. Quest’ultima, infatti, è fondamentale per evitare la moltiplicazione indiscriminata di felini in libertà.

22 settembre 2016
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