Si discute da tempo del possibile impatto dei gatti randagi e selvatici sulla sopravvivenza di alcune specie autoctone, come uccellini e piccoli roditori. In questi giorni, ad esempio, in Giappone si è deciso di sterilizzare 3.000 felini per proteggere una piccola colonia di rari conigli. In Australia, invece, ha generato fitte polemiche la decisione di sopprimere, nei prossimi anni, ben 2 milioni di esemplari perché grave minaccia alla biodiversità. E proprio dall’Australia arriva un primo studio che confermerebbe questa tendenza: ogni gatto abituato alla vita all’aria aperta, infatti, uccide all’incirca 7 animaletti al giorno.

La ricerca è stata condotta dall’Australian Wildlife Conservancy (AWC), tramite il ricorso a speciali collari, stretti attorno al collo di 65 gatti selvatici. Ogni collare è stato dotato di un’apposita videocamera, nonché di un circuito GPS per seguirne i movimenti e identificarne la posizione. L’obiettivo quello di scoprire se i gatti fossero davvero una minaccia per molte specie locali, alcune anche a rischio d’estinzione, nonché capirne i comportamenti durante la caccia, soprattutto di notte. Così ha spiegato John Kanowski, guida dallo studio:

L’obiettivo dello studio è stato esaminare i comportamenti di caccia e le distanze percorse dai gatti selvatici, nonché il loro impatto sui piccoli mammiferi.

L’analisi delle registrazioni ha svelato come i gatti catturino di frequente serpenti, rane e uccelli. Le sessioni di caccia sono circa 20 al giorno, con un tasso di successo di circa il 30%, una percentuale che si traduce all’incirca in 7 esemplari uccisi ogni singolo gatto. Un dato, tuttavia, che aumenta nei campi aperti o dalla vegetazione ridotta: in questo caso, la capacità di catturare effettivamente una preda cresce fino all’80%. La ricerca, inoltre, ha fornito risultati più preoccupanti rispetto a un precedente studio dell’Università della Georgia, dove le sessioni di caccia si fermavano a 2.1 alla settimana.

Eliminare tutti i gatti in libertà in Australia, tuttavia, potrebbe non essere una soluzione perseguibile. Con 4 milioni di esemplari stimati, infatti, lo spostamento in altri luoghi o l’uccisione degli stessi non avrebbe effetti se non nel breve periodo, perché gli animali rimasti in vita continuerebbero a riprodursi. Per questo, i ricercatori starebbero cercando di ipotizzare delle soluzioni più efficaci e, per quanto possibili, rispettose anche degli stessi felini

10 maggio 2016
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