La proverbiale indipendenza del gatto, spesso tradotta in pacifica solitudine, potrebbe essere la chiave per la longevità della specie. Almeno in relazione ad altri animali domestici, come i cani, quest’ultimi dall’aspettativa di vita più ridotta rispetto ai compagni miagolanti. È quanto viene svelato da una nuova teoria, sviluppata da un biologo evolutivo dell’Università dell’Alabama: una minore vita in branco, abbinata alle grandi capacità di difesa, può allungare la vita di un gatto di ben tre anni.

Un dato sarà apparso evidente a tutti i proprietari di animali domestici: i gatti tendono a raggiungere facilmente i 15 anni d’età, spesso addirittura superandoli, mentre i cani hanno aspettative di vita più contenute, intorno ai 12. Questa differenza potrebbe essere determinata non solo dalle diversità fra le due specie, ma anche dal comportamento: i cani, essendo animali sociali per eccellenza, tendono a vivere a stretto contatto con i loro simili, aumentando così le loro chances di infezione per patologie anche pericolose. Nei felini, invece, simili patologie hanno un tasso di espansione più lento, proprio per i minori contatti tra un esemplare e l’altro.

Il biologo ed esperto in invecchiamento Steve Austad, così come riportato dal Daily Mail, ha sviluppato un’interessante teoria per motivare questo fenomeno. Oltre alle caratteristiche genetiche di una specie, nonché le condizioni dell’habitat, anche la solitudine sarebbe un fatto da tenere in considerazione nel calcolare la longevità di un’animale. Poiché questa si traduce in maggiore sicurezza, ridotti attacchi dai predatori, nonché più scarse chance di contagio.

Si pensi alla solitudine dei gatti. A differenza dei cani, che sono animali sociali, vivono a densità basse: questo previene il contagio da malattie infettive.

Non è però tutto poiché, sempre in confronto con i cani, i gatti hanno anche migliori armi per difendersi dai predatori. Mentre gli esemplari scodinzolanti possono approfittare solo delle loro potenti fauci, un fatto che impone uno scontro diretto con il rivale, i gatti possono spaventare un predatore anche solo con un soffio nervoso e, non ultimo, sferrando una delle loro proverbiali graffiate. Così facendo, riducono le possibilità di essere attaccati, poiché spesso l’avversario rinuncia prima ancora dell’attacco vero e proprio.

Naturalmente, va comunque considerata questa teoria a livello generale, poiché la singola esistenza di un gatto può essere influenzata anche da altri fattori: una patologia non di natura infettiva, ad esempio un tumore, oppure anche malattie infettive che si diffondono facilmente durante il periodo degli accoppiamenti e dei litigi territoriali, come la FIV e molte altre.

4 dicembre 2015
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