Non si placano le polemiche sui gatti selvatici in Australia, a seguito della proposta di sopprimerne circa due milioni entro i prossimi anni. Una scelta che si sarebbe resa necessaria, sostengono le fonti governative, per proteggere le specie autoctone in via d’estinzione, quotidianamente attaccate dai felini. Un progetto, tuttavia, che ha già sollevato l’opposizione delle associazioni animaliste, nonché la protesta di alcune celebrity a livello mondiale, tra cui Brigitte Bardot e Morrissey. Nei botta e risposta ormai quotidiani fra le due fazioni, però, non sembra emergere una delle domande principali: da dove ha origine questa invasione di gatti?

A provare a rispondere a questa domanda ci pensa il New York Time che, nella sua sezione dedicata alla scienza, cerca di tracciare un profilo storico della moltiplicazione dei gatti in Australia. Prima della colonizzazione del continente, infatti, sembra che i felini non fossero presenti sul territorio locale: un fatto che confermerebbe perché molte specie autoctone, con diversi secoli di evoluzione alle spalle, non abbiano imparato a difendersi da questi predatori.

Tra le teorie più accreditate della diffusione dei gatti in Australia, l’origine europea: i primi esemplari sarebbero stati immessi nel continente nel diciottesimo secolo, trasportati dai primi trasportatori. Secondo un’altra interpretazione, però, i gatti potrebbero essere giunti sul posto già nel 1650, con l’attracco sulle coste australiane dei primi pescherecci malesi. A cercare di riunire queste due teorie, un recente studio pubblicato su BMC Evolutionary Biology: tramite l’analisi del DNA sulle popolazioni feline odierne, sembra che il codice genetico possa essere fatto risalire all’europa, tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo.

Come già accennato, le autorità australiane hanno deciso di procedere alla cattura e alla soppressione di massa dei gatti selvatici, poiché responsabili della caccia a ben 100 specie tra le più a rischio nel continente, nonché causa dell’estinzione di ben 27. Le associazioni animaliste, tuttavia, si oppongono a questa decisione, richiedendo invece metodi di contenzione più dolci, quali la profusa sterilizzazione.

7 dicembre 2015
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