Parliamo molto più spesso di fusione fredda che non di fusione “calda”. Questo, perché il mondo della fusione nucleare “ufficiale”, ovvero quegli studi che intendono ricreare sulla terra gli stessi fenomeni che avvengono nel Sole, vive molto meno di annunci spettacolari. E ciò anche perché – per l’ingente quantità di fondi che gli esperimenti richiedono e la loro complessità – risulta difficile immaginare il colpo di genio del singolo, alla Andrea Rossi, che riesca a mettere su con attrezzature e capitali personali un prototipo funzionante.

Basta leggere i nostri vecchi articoli sul progetto ITER, il più grande progetto di fusione nucleare attualmente al mondo, per farsi un’idea delle proporzioni della materia. Storicamente l’uomo è in grado di innescare una reazione di fusione nucleare da molti decenni. Le bombe H erano di fatto bombe il cui stadio principale era uno stadio di fusione nucleare. Per innescarlo, però, veniva usata una classica esplosione nucleare a fissione, il ché ci richiama all’ammontare di energia che serve perché la fusione nucleare abbia luogo e ci dà un’idea sul motivo per cui tanto scetticismo vige sulle teorie sulle LENR.

Per un uso civile, però, la situazione è ben diversa: non basta innescare un’esplosione, ma occorre rendere stabile e continua la produzione energetica. Insomma bisogna creare un piccolo sole, con situazioni di pressione e temperatura simili. Attualmente è già possibile fare tutto ciò, ma ad una condizione decisamente sfavorevole: l’energia prodotta è sempre inferiore a quella utilizzata per innescare il tutto. In alte parole, un reattore del genere consumerebbe più energia per funzionare di quanta non ne produca. Insomma, il suo interesse sarebbe scientifico, ma non civile.

Progetti come ITER provano a invertire questo rapporto, ma attualmente con risultati che sono sì incoraggianti, ma non ancora positivi. La notizia del giorno è che un altro esperimento, diverso e distinto da ITER, abbia negli USA raggiunto questo primo obiettivo: produrre un po’ di energia in più di quanta non ne serva per innescare e contenere la reazione. Questo sarebbe avvenuto in ordini di grandezza non ancora interessanti, ma si tratta comunque di una piccola grande svolta.

Protagonisti dell’evento sono stati i ricercatori del Lawrence Livermore Laboratory in California. Guidati dal professore Omar Hurricane.Una delle grandi particolarità del loro progetto è quello di aver usato un sistema diverso del “confinamento magnetico”, via maestra alla fusione nucleare scelta dal progetto ITER. Di fatto, il reattore consiste in una piccola capsula contenente trizio e deuterio, esposta a 192 laser ultravioletti. La situazione di pressione generata ha fatto ad un certo punto implodere il tutto, generando istantaneamente una quantità di energia superiore dell’1% a quella immessa nella capsula tramite i laser. Per intenderci, i gas all’interno della capsula, costretti dall’implosione della stessa, hanno raggiunto livelli di pressione superiori a quelli presenti nel nucleo del sole.

Un risultato che in sé non costituisce la base per la costruzione di un reattore vero e proprio. Infatti, non si è riusciti ad innescare una reazione continua. Ma, se si eccettuano le bombe H ed i sedicenti esperimenti di fusione fredda, è la prima volta che l’energia prodotta da un processo di fusione nucleare supera, seppur di poco, l’energia di innesco. Un piccolo passo in un cammino che si prospetta ancora lungo.

Vi sono poi alcuni dubbi sull’effettiva praticità e convenienza della costruzione di reattori nucleari a fusione nel prossimo futuro. Si parla, certamente di reattori di grandi capacità energetiche e livelli di sicurezza incomparabili con i reattori a fissione. Di fatto, non sarebbe possibile che una reazione sfugga di mano e essendo decisamente più agevole il fermare tutto. Ma il mondo della produzione energetica sta cambiando e il tempo delle grandi centrali a produzione energetica sembra passato. Se la direzione è quella di una produzione localizzata ed la costruzione di una rete energetica dai molti piccoli centri, ci si chiede cosa ne faremo esattamente fra 30 o 50 anni (il tempo stimato per avere i primi reattori “commerciali”) di centrarli a fusione calda.

13 febbraio 2014
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I vostri commenti
andrea, sabato 1 agosto 2015 alle17:30 ha scritto: rispondi »

Ma come a che serve questa ricerca ? Serve ad alimentare la ricerca che serve ad alimentare la ricerca ecc ecc. Poi dicono che il moto perpetuo non esiste.

Stefano, sabato 14 febbraio 2015 alle16:31 ha scritto: rispondi »

La fusione serve... Faccio un appello a chi ne controlla i orofitti perche' questa e' gia disponibile..

nicola, venerdì 20 giugno 2014 alle12:18 ha scritto: rispondi »

siamo qui... dobbiamo e vogliamo andare la'.... ci serve energia , tanta energia! :)

Carlo Baldi, sabato 29 marzo 2014 alle9:12 ha scritto: rispondi »

Sono più di cinquanta anni che sentiamo parlare di fusione nucleare controllata, ma questo obiettivo sembra allontanarsi sempre di più, e cresce l'idea che questa non sarà mai realizzata. Nel frattempo si è incredibilmente sviluppata la produzione di energia eolica la quale ormai appare come l'unica reale fonte alternativa di energia pulita, economica e di facile produzione.

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