Il suolo di Fukushima potrebbe tornare a respirare grazie a un nuovo metodo sviluppato da un team di scienziati afferenti a diversi istituti di ricerca. L’area è stata pesantemente contaminata dalle radiazioni nucleari. Le fughe radioattive sono state causate da diversi incidenti occorsi alla centrale atomica di Fukushima Dai-ichi a seguito del devastante tsunami che si è abbattuto sulle coste giapponesi l’11 marzo del 2011.

Gran parte del terreno nella zona della centrale di Fukushima è stato rimosso, ma decontaminare l’intero sito è molto difficile perché il cesio e lo stronzio sono penetrati in profondità. A cimentarsi nell’impresa sono i ricercatori della Japan Atomic Energy Agency, del Kyushu Synchrotron Light Research Center, della Kagoshima University e della Florida State University.

Il team di scienziati ha scoperto un enzima beta lattamase all’interno di un alobatterio alofilo: il cromoalobatterio sp. 560. Gli alobatteri, anche noti come batteri del sale, riescono a vivere in ambienti ricchi di di cloruro di sodio. Gli alofili sopravvivono in ambienti estremi. Questo enzima è capace di assorbire il cesio in modo selettivo decontaminando il suolo.

L’idea degli scienziati è di modificare geneticamente le piante utilizzando la biologica sintetica. La proteina che genera l’enzima verrebbe innestata nel patrimonio genetico delle piante. In questo modo si otterrebbero delle piante assorbenti capaci di decontaminare i suoli dalle radiazioni, trattenendo il cesio e lo stronzio nelle radici.

Secondo gli autori della ricerca questo metodo è sicuro e poco costoso. Le piante decontaminanti potrebbero essere coltivate nei suoli di Fukushima compromessi dalle radiazioni e lasciate crescere fino a quando non abbiano assorbito una grande quantità di materiali radioattivi.

A quel punto non resterebbe che sradicarle e trattarle come rifiuti radioattivi. Grazie a questo metodo il suolo verrebbe decontaminato in breve tempo. I ricercatori spiegano però che in Giappone le piante geneticamente modificate non sono ben viste dall’opinione pubblica e che far accettare alla popolazione questa tecnica potrebbe essere un compito ancora più difficile.

11 marzo 2015
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