Due anni sono trascorsi dal disastro nucleare di Fukushima. Quello che è stato definito il secondo incidente per gravità dopo l’episodio di Chernobyl ha prodotto un numero di vittime elevato. Le persone coinvolte nelle conseguenze dell’esplosione dei reattori giapponesi sono state 160 mila, evacuate forzatamente dal governo di Tokyo. Altre decine di migliaia hanno scelto spontaneamente di lasciare le proprie case per questioni legate alla propria sicurezza. Secondo quanto lamenta Greenpeace, a tutte questi individui nessuno ha ancora corrisposto alcuna compensazione a titolo di risarcimento per il dramma vissuto. A questo sono dedicate le proteste che l’associazione sta portando avanti in questi giorni in molti Paesi del mondo.

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I dati relativi alle conseguenze del disastro sono contenute nel rapporto di Greenpeace “Fukushima Fallout”. Nelle pagine del report viene indicato non soltanto come a pagare dal punto di vista economico sarebbero ancora una volta i cittadini giapponesi, ma anche come sembra riescano incredibilmente a continuare a guadagnare aziende corresponsabili del dramma.

Secondo quanto pubblicato dall’associazione ambientalista chi si è reso responsabile dei danni provocati dallo scoppio dei reattori di Fukushima non è soggetto ad alcuna responsabilità civile. Nessuno è quindi chiamato a rendere conto di eventuali negligenze e anzi, stando al rapporto risulterebbe che a partecipare alle operazioni di bonifica sarebbero anche Toshiba e Hitachi, due aziende coinvolte nell’accaduto: non soltanto quindi nessun pagamento richiesto per le conseguenze dell’incidente nucleare, ma un’occasione di guadagno offerta a chi in merito a quel disastro sembra avere pesanti responsabilità.

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Greenpeace prosegue poi spiegando come non esistano veri e propri strumenti per esigere un risarcimento dai responsabili degli impianti, lasciando nella sostanza l’incombenza di rimediare al disastro sulle spalle dei cittadini giapponesi. Un punto sul quale l’associazione ritorna parlando della nazionalizzazione, a fronte di un danno stimato di 169 miliardi di euro, dell’azienda proprietaria dell’impianto: un’operazione che quindi sancisce l’assegnazione del carico del disastro ai contribuenti giapponesi.

La questione si ripercuote sulla già difficile situazione dell’area contaminata. Ancora lontana sembra essere la conclusione dell’iter necessario per la bonifica della zona interessata. Rifiuti radioattivi, catena alimentare compromessa e smantellamento delle strutture rappresentano ancora voci di costo particolarmente alte, per non parlare di quelle legate allo stoccaggio delle acque radioattive di raffreddamento.

Questo mentre in Europa si continua a discutere sui progetti futuri di utilizzo dei reattori nucleari EPR (European Pressurized Water Reactor). I costi stimati per il previsto impianto francese sono ormai più che raddoppiati, secondo quanto rivela l’associazione ambientalista, rispetto ai previsti 3,2 miliardi iniziali, tanto da prevedere ora cifre intorno agli 8 miliardi di euro. Aumenti di tale portata da spingere ENEL ad abbandonare il progetto. Bilanci che devono mettere definitivamente in guardia, conclude Greenpeace, dalle false speranze legate all’energia atomica e indicare chiaramente le rinnovabili come unica via percorribile.

8 marzo 2013
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