L’11 marzo saranno trascorsi 4 anni dal disastro nucleare di Fukushima. Ad appena due giorni dal quarto anniversario dall’incidente (11 marzo 2011), causato da uno tsunami che investì le coste giapponesi, Greenpeace ha voluto tracciare un bilancio di quelle che sono state le conseguenze di un episodio rivelatosi pari soltanto alla tragedia di Cernobyl.

Il disastro di Fukushima venne classificato dall’AIEA (Agenzia internazionale per l’energia atomica) come evento di grado 7, valore massimo della scala di misurazione, come accaduto in precedenza soltanto per il disastro avvenuto nel 1986 in Ucraina (all’epoca dei fatti facente parte dell’Unione Sovietica). In Giappone furono costrette a lasciare le proprie case circa 150 mila abitanti: nel corso dei 4 anni trascorsi soltanto 30 mila di loro hanno potuto tornare alle rispettive abitazioni.

Il problema radioattività risulta ancora di assoluta rilevanza, con il processo di decontaminazione procede a rilento anche a causa della diffusione di sostanze radioattive operata da fiumi e flora. Secondo le stime diffuse da Greenpeace risulterebbero ancora 54 mila siti contaminati nella Prefettura di Fukushima, per un totale di rifiuti atomici compreso tra 15 e 28 milioni di metri cubi.

Risulta tuttavia positivo, sottolinea Greenpeace, che lo stop forzato alle centrali atomiche del Giappone non abbia prodotto ripercussioni o black-out per quanto riguarda la fornitura elettrica giapponese. Grazie anche all’impulso che dalla tragedia hanno ricevuto le fonti rinnovabili, chiamate da una larga fetta della popolazione a sostituire l’energia fornita dal nucleare.

A pesare sull’opinione che i giapponesi hanno del nucleare non soltanto la tragedia, ma anche la gestione che delle sue conseguenze è stata operata dall’azienda responsabile degli impianti, la TEPCO. La stessa Tokyo Electric Power Company ha inoltre annunciato ritardi nel completamento di una delle operazioni più importanti in questa fase, la gestione delle acque contaminate.

Il trattamento delle acque radioattive utilizzate per raffreddare il nocciolo e il combustile fuso (circa 300 mila tonnellate d’acqua) presente in tre dei reattori dell’impianto avrebbe dovuto terminare entro marzo 2015, ma è già stata fissata dalla TEPCO la nuova scadenza per maggio. Si vanno ad aggiungere a questo totale 300 tonnellate d’acqua al giorno oltre ad altrettante risorse idriche sotterranee, che divengono contaminate al passaggio nell’area.

La strategia scelta dalla TEPCO di realizzare un muro di ghiaccio per la messa in sicurezza della zona sembra, al netto dei ritardi accumulati, non convincere più di tanto le associazioni ambientaliste. Come ha spiegato Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia:

Un’emergenza che si trova ora la TEPCO è quella di ridurre il volume d’acqua di falda che entra nel sito di Fukushima. L’idea che stanno studiando i tecnici è di costruire un muro di ghiaccio lungo un chilometro e mezzo attorno al sito, per ridurre di un terzo la quantità di acqua radioattiva che viene rilasciata nell’oceano.

Il muro dovrebbe resistere sei anni, fino a quando i noccioli dei reattori saranno stati sigillati. L’efficacia di quest’operazione, mai tentata prima, anche secondo alcune fonti ufficiali è tutta da capire e rappresenta l’assurdità della situazione a Fukushima, destinata a durare decenni.

9 marzo 2015
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