L’annuncio che i reattori della centrale nucleare di Fukushima Daiichi siano ormai stabili e sicuri, fatto dal premier giapponese Yoshihiko Noda a metà dicembre dello scorso anno, si scontra con l’amara realtà: non è affatto vero che l’impianto della Tepco sia ormai stabile.

Lo conferma il fatto che i tecnici solo oggi starebbero riguadagnando il controllo di uno dei reattori dopo che la temperatura era salita in modo pericoloso nei giorni scorsi. La stessa Tepco, d’altronde, era stata costretta ad aumentare la quantità di acqua iniettata nel reattore numero 2 per raffreddarlo dopo che la temperatura era salita fino a 73,3 gradi centigradi.

Che qualcosa non stesse andando per il verso giusto lo si era capito già a inizio febbraio, quando si registrò l’enorme fuoriuscita di 8 tonnellate di acqua radioattiva dal reattore 4.

La temperatura sul fondo del vessel del reattore 2, invece, era salita di più di 20 gradi in pochi giorni pur rimanendo entro la soglia dei 93 gradi centigradi che è quella sotto la quale si può parlare di “arresto a freddo” dell’impianto. Una definizione che, come la cronaca conferma giorno dopo giorno, vuol dire ben poco. Tanto che Tepco ha dovuto iniettare acqua e acido borico per prevenire una reazione nucleare a catena definita “re-criticality”.

Resta però un problema: a undici mesi dal disastro di Fukushima nessuno ha ancora la certezza di dove sia finito l’uranio fuso durante l’incidente. Nei mesi scorsi il ministro incaricato di gestire l’emergenza nucleare, Goshi Hosono, ha ammesso di sapere con certezza l’esatta posizione dell’uranio fuso, ma che si supponeva fosse rimasto sul fondo dei vessel che contengono e proteggono i reattori.

8 febbraio 2012
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