La triste realtà del bracconaggio di elefanti non trova freno, alimentata dall’elevata domanda di prodotti in avorio da parte del mercato nero asiatico. Sempre più pachidermi cadono vittime dei cacciatori di frodo, i quali hanno sviluppato tecniche sempre più sofisticate per evitare di essere colti in fallo. Una soluzione, però, potrebbe giungere dalla modifica delle abitudini di consumo, grazie a un frutto da tempo conosciuto, ma negli anni dimenticato. È l’avorio vegetale, noto come tagua o corozo, derivato da una palma tropicale e in tutto e per tutto simile all’alternativa animale.

Con solo 415.000 elefanti stimati nel continente africano, e una decimazione di 100.000 unità in pochissimi anni, questa specie è sempre più in via d’estinzione. E sebbene il commercio di avorio sia stato vietato a livello internazionale nel 1989, lo scambio prosegue sui mercati illeciti, in particolare in Asia dove le zanne dell’animale risultano ancora richieste dai collezionisti nonché per la realizzazione di rimedi per la medicina tradizionale.

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Dopo essersi trasferito in Ecuador, tuttavia, un imprenditore olandese ha riscoperto le proprietà della Phytelephas macrocarpa, una palma tropicale capace di produrre un frutto dalla consistenza, dal colore e dalla luminosità praticamente sovrapponibile all’avorio. I frutti, lunghi anche 60 centimetri per un peso di circa 12 chili, contengono diversi semi dalla forma simile alle uova di piccione. Questi, opportunamente trattati e successivamente fatti essiccare, diventano estremamente solidi, nonché quasi indistinguibili dall’avorio animale. Sfruttato da secoli in Sudamerica per la produzione dei più svariati oggetti, da sculture a tasselli per mosaici e pavimenti, il corozo è stato negli ultimi decenni dimenticato, ma potrebbe tuttavia tornare utile per la salvaguardia degli elefanti. È questa l’intuizione di Onno Heerma van Voss, l’imprenditore poc’anzi citato, il quale avrebbe notato un aumento della richiesta proprio dall’Asia.

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L’uomo, di base a Quito, ha fondato 16 anni fa la compagnia Naya Nayon e, da allora, le esportazioni di oggetti in tagua sono cresciute vertiginosamente, soprattutto verso l’Asia. In Cina, in Giappone e a Singapore, in particolare, l’avorio vegetale starebbe diventando particolarmente popolare, sia per l’accresciuta sensibilità della popolazione verso maggiori diritti degli animali, sia perché praticamente indistinguibile da quello ben più noto. E i costi sono notevolmente più contenuti: un chilo di corozo costa 30 dollari sul mercato, mentre lo stesso peso per le zanne d’elefante può superare i 2.000 o 3.000 dollari. Una speranza, quindi, per le migliaia di pachiedermi oggi a rischio, sebbene il corozo in sé non sia sufficiente: oltre al materiale cruelty-free, infatti, è necessario che le istituzioni lavorino in concerto per un cambio culturale, poiché solo l’eliminazione della domanda può abbattere il bracconaggio.

3 aprile 2017
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Fonte:
BBC
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