Il governo francese ha da poco commissionato a Pascal Canfin, direttore generale del WWF locale, ad Alain Grandjean, economista, e a Gérard Mestrallet, presidente di Engie Energia, un rapporto che fornisca gli elementi per stabilire un prezzo del carbonio efficace, prevedibile e coordinato nell’ambito dell’attuazione dell’accordo di Parigi sul clima. Dopo averlo letto, sta valutando di aumentare la tassa sulla CO2 prodotta dalle centrali a carbone, fino ai 20-30 euro a tonnellata.

Il fine sarebbe quello di incentivare le fonti rinnovabili o, per lo meno, quelle meno inquinanti e che producono meno anidride carbonica a parità di energia elettrica prodotta. Un esempio per tutte: il gas naturale.

Nel rapporto, che avrebbe influenzato le opinioni del Governo e in particolare quelle del Ministro dell’Ambiente e dell’Energia Ségolène Royal, viene sottolineato come per raggiungere gli obiettivi stabiliti durante l’accordo di Parigi 2015 – rimanere al di sotto dei 2 °C di aumento delle temperature entro fine secolo – serva intervenire in maniera radicale ed efficace.

Nel testo gli autori fanno notare come il sistema europeo ETS (Emission Trading System), per lo scambio di quote di CO2 da parte di chi produce energia, abbia fallito: sono state attribuite un eccesso di quote ai vari settori industriali. A questo si aggiunge la crisi che ha rallentato l’attività delle aziende e il miglioramento delle tecnologie che prevede consumi energetici sempre più ridotti.

La soluzione alla quale si è arrivati sarebbe quindi l’imposizione di una tassa sulla quantità di CO2 emessa, che vada dai 20 ai 30 euro a tonnellata, salendo parecchio quindi rispetto alla quota alla quale viene scambiata oggi nei mercati ambientali (pari a 5 euro). Tale tassa potrebbe aumentare di un 5-10% l’anno, fino ad arrivare ai 50 euro a tonnellata nel 2030.

Sarebbe però da applicare solo alle centrali a carbone, in quanto, secondo gli esperti, se coinvolgesse il settore dell’industria di trasformazione, questa sarebbe poi vessata da una spietata concorrenza da parte dei produttori stranieri, in particolare di quelli che non sono ancora tenuti a rispettare dei limiti specifici in termini di emissioni climalteranti. Non potrebbe nemmeno essere generalizzata all’intero settore della produzione elettrica, perché i costi salirebbero in maniera insostenibile.

Sarebbe quindi il carbone, una delle fonti più inquinanti e che produce più CO2, a subire il colpo più grosso. In Francia le centrali di questo tipo sono 4, due di EDF e due di Uniper (una volta E.On), per un totale di circa 3 mila megawatt di energia elettrica prodotta: sarebbero loro a dover ripensare la loro catena produttiva in termini di minor impatto ambientale.

15 luglio 2016
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