Una delle critiche principali mosse al fracking riguarda la pericolosità delle sostanze utilizzate per la fratturazione idraulica, che spesso non vengono nemmeno rese note. Un team di scienziati dell’Università del Colorado a Boulder si è concentrato sull’identificazione di questi composti e sullo studio della loro tossicità, ma anche della loro “mobilità”, della “persistenza” nelle acque sotterranee e della frequenza di utilizzo e ha trovato che sono 15 i composti organici segnalati come i più pericolosi.

Lo studio è stato trattato sulle Environmental Science & Technology Letters, pubblicate dall’American Chemical Society. Gli scienziati sono risaliti ai dati dal “FracFocus Chemical Registry”, registro utilizzato da molti Stati negli USA nel quale le aziende rendono noti i composti che utilizzano dissolti nell’acqua per il fracking. Si tratta di sostanze che hanno il principale scopo di aumentare la viscosità dei liquidi, ridurre la corrosione delle attrezzature e l’attrito nel momento dell’immissione dei fluidi nel suolo.

Tra i 659 composti organici che sono stati analizzati, 41 hanno dimostrato di persistere a concentrazioni intorno al 10% o oltre rispetto a quelle di partenza, dopo circa 90 metri (300 piedi), ovvero la soglia di “regressione” stabilita negli Stati Uniti tra i pozzi di perforazione e quelli da cui si ricava acqua potabile.

Joseph Ryan, principale autore dello studio e membro della facoltà presso il Dipartimento di Ingegneria Civile, Ambientale e Ingegneria architettonica della CU-Boulder, specifica che non è scontato che le molte sostanze utilizzate nei liquidi di fratturazione siano un pericolo per la contaminazione delle acque sotterranee, ma ha anche aggiunto che lo studio:

Dimostra che un sottoinsieme di questi composti potrebbe comportare esposizioni potenzialmente pericolose in seguito a sversamenti o guasti.

Sono stati analizzati 50.000 pozzi in Colorado, North Dakota, Pennsylvania e Texas dal 2011 in poi; sono stati valutati due scenari: uno relativo ad un acquifero ad alta porosità, con velocità delle acque sotterranee sostenuta e l’altro con porosità e velocità inferiori. Sono state studiate la struttura chimica e la stabilità di ogni composto organico e il suo comportamento in acqua.

I composti più pericolosi in base ai più importanti parametri presi in considerazione sono risultati 15, ma di questi solo 2, il naftalene e il 2-butossietanolo, sono stati rilevati in più del 20% dei 50.000 rapporti del registro FraFocus, mentre altri 4 erano presenti in più del 5%. Jessica Rogers, coautore dello studio e dottoranda presso la CU-Boulder, ha spiegato che gli obiettivi dello studio erano due:

Il primo è stato quello di sviluppare un processo di screening che potrebbe essere utilizzato da ricercatori o da altri per dare la priorità nello studio dei composti organici usati nel fracking alla loro mobilità e persistenza nelle acque sotterranee.

Il secondo è stato quello di utilizzare il contesto per eseguire uno screening iniziale basato sulle conoscenze attualmente disponibili relativamente ai composti identificati nel FracFocus per i fluidi di fratturazione.

La nuova evoluzione di questo studio potrebbe essere verso l’analisi dei processi di decadimento di queste sostanze o del tempo di ritorno alla superficie, questo permetterebbe di approfondire ulteriormente quelli che possono essere gli impatti sull’ambiente di questa pratica per l’estrazione di idrocarburi, ancora così discussa e che comincia ad avere meno attrattiva a livello globale.

6 luglio 2015
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