È ufficiale: l’UE ha aperto una procedura di indagine per stabilire se la Cina fa concorrenza sleale all’industria europea del fotovoltaico esportando celle e moduli sottocosto. La notizia è stata diffusa con un comunicato dalla Commissione Europea, che afferma di aver dato seguito alla richiesta provenuta da Eu ProSun, associazione nata proprio con lo scopo di difendere i produttori europei dal dumping cinese.

La Commissione, quindi, non ha ascoltato le parole pronunciate da Angela Merkel in occasione del suo ultimo viaggio istituzionale in Cina. La cancelliera tedesca aveva chiesto di evitare una guerra commerciale con i cinesi sul fotovoltaico e di cercare una soluzione con il dialogo e la concertazione tra le parti. L’UE, però, specifica di essere obbligata dalla legge ad aprire la procedura antidumping. Lo fa con un grassetto nel comunicato ufficiale diramato questa mattina:

La Commissione è legalmente vincolata ad aprire un’indagine antidumping se riceve una richiesta valida da un’industria dell’Unione in cui si portano le prove che gli esportatori di uno o più paesi stanno danneggiando un particolare prodotto all’interno dell’UE e stanno causando danno all’industria dell’Unione.

Tale richiesta di indagine antidumping è stata presentata il 25 luglio da EU ProSun, una associazione ad hoc che rappresenta più di 20 industrie europee che producono pannelli solari e componenti. La loro produzione complessiva rappresenta più del 25% di quella europea e i produttori contrari all’indagine rappresentano una quota minore rispetto ai richiedenti. Entrambi gli elementi sono requisiti di legge della normativa UE antidumping affinché venga aperta un’indagine.

Ma non solo, perché la Commissione annuncia già che ci sono buone possibilità che al termine della procedura di indagine si scopra la concorrenza sleale della Cina:

I proponenti hanno portato elementi sufficienti a mostrare (1) la possibile concorrenza sleale sul prezzo da parte dei produttori che esportano sul mercato europeo, (2) il danno subito dall’industria UE e (3) un possibile collegamento tra la concorrenza sleale e i danni sofferti dall’industria dell’Unione Europea. Quindi, la Commissione ha constatato che a prima vista c’erano sufficienti prove per iniziare l’indagine.

Un verdetto già scritto, quindi. Ma cosa succede adesso? Verranno chiuse le frontiere europee al fotovoltaico cinese? No, assolutamente, o almeno non subito. La procedura, infatti, dura nel complesso 15 mesi durante i quali verranno inviati dei questionari ai produttori europei di fotovoltaico. In base alle risposte pervenute entro i primi 9 mesi (quindi entro giugno 2013), l’Europa potrà scegliere tra tre possibili mosse.

La prima è l’imposizione di misure antidumping provvisorie, normalmente della durata di sei mesi. La seconda è il proseguimento dell’indagine, ma senza sanzioni. La terza ipotesi è quella di chiudere l’indagine prima dei 15 mesi perché non sono stati trovati elementi sufficienti per procedere. L’apertura della procedura antidumping europea è una vittoria di EU ProSun e del Comitato IFI italiano. Milan Nitzschke, Presidente di EU ProSun, ha appreso con gioia la notizia:

La Commissione Europea ha compiuto oggi un grande passo verso la salvaguardia del settore delle tecnologie sostenibili e di una base produttiva più ampia in Europa. Le compagnie cinesi stanno esportando prodotti solari sottocosto in Europa, con un margine di dumping compreso tra il 60% e l’80% che le porta a registrare perdite importanti pur senza finire in bancarotta perché finanziate dallo Stato.

Queste pratiche sleali di concorrenza hanno condotto più di 20 importanti produttori europei di energia solare al fallimento nel corso del 2012. Se la Cina è in grado di portare alla scomparsa l’industria fotovoltaica europea dove la manodopera incide per circa il 10% dei costi di produzione, allora è ipotizzabile pensare che quasi tutti i settori manifatturieri europei siano a rischio.

Il presidente del Comitato IFI, Alessandro Cremonesi aggiunge:

Abbiamo l’opportunità di conoscere la realtà dei fatti: nel 2011 il mercato delle installazioni fotovoltaiche in Italia ha primeggiato a livello globale con oltre 9 GW di potenza generata. Di questi solo 500 Mw sono stati originati dall’industria italiana che si è trovata paradossalmente a operare sotto il 50% della propria capacità produttiva, con aziende che si sono trovate nella condizione di dichiarare lo stato di insolvenza, fermare le attività e chiamare la cassa integrazione.

Tutto questo per non essere riusciti a competere sul mercato rispetto ad un prezzo di dumping praticato dalle aziende cinesi. Se le responsabilità saranno appurate, come confidiamo, sarà necessario ricorrere a meccanismi che riportino in equilibrio il mercato.

In ogni caso, però, prima di cantare vittoria si dovrà attendere giugno 2013. Secondo la normativa europea, infatti, nessuna sanzione o barriera doganale (nemmeno provvisoria) potrà essere messa in atto prima di quella data. Anche perché non tutti sono favorevoli all’imposizione di misure antidumping nei confronti della Cina. L’Alliance for Affordable Solar Energy (AFASE) chiede infatti che l’indagine venga archiviata e che sia tutelato il mercato libero:

Il libero commercio è stato uno dei fattori che ha permesso all’industria solare europea di diventare un settore ad alta crescita. In un momento in cui i Governi europei stanno riducendo i sussidi all’energia solare, imporre barriere doganali alzerebbe i costi e danneggerebbe, possibilmente senza possibilità di rimedio, la competitività dell’energia fotovoltaica.

6 settembre 2012
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