Nella diatriba sui dazi, ancora virtuali, al fotovoltaico cinese importato in Europa si leva oggi la voce isolata del Comitato IFI. Dopo la presa di posizione congiunta di ieri di Gifi, Aper e Assosolare che avanzavano seri dubbi sulla reale utilità dei dazi e sui loro possibili effetti negativi sull’industria fotovoltaica italiana, IFI oggi risponde per le rime:

Derogare dalle procedure della Commissione UE sull’iter per le investigazioni anti dumping e anti sovvenzioni? Richiesta assurda! Ogni anno si aprono una ventina di investigazioni come queste e non c’è traccia storica di richieste di deroga nelle procedure condotte da Bruxelles

Alessandro Cremonesi, presidente del comitato che rappresenta circa l’80% della (a dir vero ormai molto poco numerosa) industria produttrice di celle e moduli fotovoltaici made in Italiy si dichiara senza mezzi termini sdegnato e sconcertato dalla posizione delle tre associazioni:

Desta sconcerto una reazione così netta e contraria all’auspicato verdetto della Commissione UE da parte di chi dice di schierarsi in primis dalla parte della legalità e della libera concorrenza dei mercati

Secondo Cremonesi non ci sarebbe nulla di contrario al libero mercato nell’indagine antidumping europea contro il fotovoltaico cinese perché la stessa indagine fa parte della procedura di tutela del libero mercato. Poi Cremonesi va giù duro nei confronti dei colleghi di Gifi, Aper e Assosolare:

Vedere associazioni che si definiscono rappresentanti dell’industria nazionale così vicine al mondo confindustriale sostenere posizioni a favore delle imprese cinesi a scapito di quelle nazionali, non è lo spirito che ci si attende, a maggior ragione quando si inneggia, spesso in modo demagogico, alla tutela e alla promozione dell’economia reale del nostro Paese, cioè dell’industria in primis

Riguardo alla possibilità che l’imposizione dei dazi sul solare cinese allontani il raggiungimento della grid parity in Europa, il Comitato IFI precisa:

Solo ora ci si rende conto che la grid parity, ossia la parità di prezzo tra energia fossile e solare/rinnovabile, sia stata “drogata” negli ultimi due/tre anni dal sottocosto dei prodotti cinesi. L’allarme non scatta ora, e bene lo dovrebbero comprendere le aziende associate alle tre associazioni sopra citate. Realizzare business plan con rendimenti a due cifre grazie al sottocosto dei prodotti di importazione cinese comporta comunque un rischio di impresa.

Lo stesso rischio di impresa che è crollato sulla testa delle aziende produttrici nazionali ed europee di celle e moduli quando si sono trovate a non poter contrastare una concorrenza sleale e che ha avuto come effetti il collasso di numerose aziende italiane ed europee e la messa in cassa integrazione di numerose migliaia di operatori dell’industria

Chi ha ragione in questa ingarbugliata vicenda? Probabilmente tutti e nessuno, visto l’attuale stato del mercato e dell’industria del fotovoltaico a livello globale. Da una parte gli americani hanno chiuso le porte al fotovoltaico cinese con dazi fino al 250% del prezzo di vendita, dall’altra gli europei che ipotizzano dazi per il 60-70%. E, dall’altro lato del mondo, la superpotenza cinese che ha iniziato una procedura antidumping di rappresaglia sul polysilicon americano ed europeo.

In mezzo ci sono i produttori cinesi, americani ed europei di silicio, wafer, celle e moduli. Quasi nessuno ha una filiera completa, quasi tutti sono di fronte a rischi di mercato enormi a causa della sovrapproduzione: caso Suntech a parte, i produttori cinesi di fotovoltaico che arriveranno a fine 2013 saranno appena un terzo di quelli oggi presenti sul mercato, i produttori americani sono oggi completamente fuori dal mercato cinese (che sarà più grande del mondo, quest’anno) e gli europei si dividono tra i fan e gli oppositori dei dazi.

Fonte: Comitato IFI

4 aprile 2013
Lascia un commento