Tra circa un mese dovrebbe arrivare il primo giudizio dell’UE sulla controversia commerciale sul fotovoltaico cinese e, contemporaneamente, potrebbero essere imposti i dazi preventivi. Tutti si chiedono come andrà a finire e, soprattutto, se l’eventuale imposizione di dazi al solare made in China farebbe bene o male ai produttori, distributori e installatori europei di fotovoltaico. Una risposta, autorevole, viene da Finlay Colville, videpresidente della società di analisti NPD Solarbuzz.

Secondo Colville i dazi potrebbero far bene al fotovoltaico europeo, ma a determinate condizioni. L’analista, infatti, non può non notare come il mercato solare di oggi sia assolutamente diverso da quello di soli cinque anni fa. Oggi, ad esempio, i grossisti e i rivenditori hanno un peso inferiore che in passato perché molti produttori di celle e moduli sono entrati direttamente nel mercato e, a volte, sono diventati anche installatori.

In altre parole il grande flusso di celle e moduli asiatici non è più in mano solo ai grossisti, per i quali un centesimo di euro al Watt in più o in meno fa la differenza su volumi enormi, ma anche ai produttori che vendono o addirittura installano i loro stessi prodotti.

In quest’ottica a fare la differenza non è più il costo delle celle fotovoltaiche, ma dell’intero impianto con tutti i suoi componenti. Cambia profondamente, di conseguenza, non solo l’entità ma anche la qualità della competizione tra Cina e UE. Spiega Colville:

Togliere di mezzo i produttori di seconda e terza categoria e preferire solo i produttori asiatici di prima categoria potrebbe alla fine essere l’unico effetto a breve termine nel trend di vendita dei moduli sul mercato europeo del fotovoltaico.

Di fatto molti piccoli produttori di moduli in Europa stanno iniziando a trarre benefici dalla minore competizione proveniente dai fornitori cinesi di bassa categoria (invece di guadagnare quote di mercato dei produttori cinesi di prima categoria).

In altre parole: se il fotovoltaico low cost cinese sparisce sul mercato, la sua quota viene coperta dalla produzione interna europea. Ma i pannelli cinesi di buona qualità continueranno a essere venduti, visto che il loro costo ha un peso ormai relativo sul totale di un impianto di buona qualità.

Secondo Colville, in pratica, questo potrebbe portare alla sopravvivenza dei piccoli produttori europei con linee di produzione da 10-15 MW. Ma non cambierebbe nulla nel mercato globale, dove gli eventuali dazi al fotovoltaico cinese non avrebbero alcun effetto. Spiega ancora Colville:

Per esempio, consideriamo il caso in cui la domanda sia trainata da fuori l’Europa (Cina, Giappone, India, Medio Oriente, Africa, America Latina, Australia, sud est asiatico…).

Nulla di ciò che la Commissione Europea può fare riguardo ai dazi anti dumping sulle importazioni cinesi aiuterà i produttori europei di fotovoltaico a esportare in questi mercati.

In realtà, il timore è che le azioni di ritorsione da queste regioni potrebbero avere un impatto molto maggiore sui fornitori europei di ogni altra cosa emanata a livello locale per il loro beneficio.

Colville si rende conto che buona parte della questione sta nel difendere i posti di lavoro nel fotovoltaico domestico:

La produzione domestica è certamente un tema sul quale la politica è altamente sensibile, e da un punto di vista aziendale la questione è mantenere i posti di lavoro, non per forza ottenere dividendi. Quando si fa un’analisi sulla produzione europea di fotovoltaico, chi perde sono i lavoratori delle fabbriche: molte migliaia di posti di lavoro che sono stati persi negli anni scorsi.

Ancora peggio, molti di questi posti di lavoro erano stati creati in zone considerate economicamente stagnanti ed erano stati supportati da ingenti aiuti da parte dei Governi e delle associazioni regionali del commercio al fine di stimolare le economie locali.

L’analista di Solarbuzz non riesce a prevedere se i dazi possano realmente rivitalizzare queste aziende e questi posti di lavoro. Ma ipotizza uno dei possibili scenari con un lieto fine in cui tutti vincono. Più o meno.

Nel lungo termine potrebbe succedere che i giganti asiatici decidano di aprire stabilimenti produttivi in Europa, o di rilevare quelli che già ci sono e non se la passano bene. In effetti la coreana Hanwha ha già comprato la Q-Cells, la cinese Hanergy ha inglobato Solibro e Sunergy ha aperto uno stabilimento in Turchia.

In Europa non mancano i lavoratori qualificati, i reparti di ricerca e sviluppo e procedure consolidate per attrarre gli investimenti esteri. Così potrebbe succedere che, con l’imposizione dei dazi al fotovoltaico cinese, gli europei si trovino prima o poi a benedire i cinesi che comprano le fabbriche nel vecchio continente, salvando tutti i posti di lavoro che i cinesi stessi avevano messo in pericolo.

Detto con una battuta: la guerra del fotovoltaico tra Cina e UE potrebbe finire a tarallucci e vino.

29 aprile 2013
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