La Fossa delle Marianne è stata, e per certi versi lo è ancora, uno dei luoghi più misteriosi della Terra. Con la sua incredibile profondità, questa depressione oceanica del Pacifico è da decenni al centro delle attenzioni di ricercatori e scienziati, per capire non solo quali siano le caratteristiche della fauna e della flora sul fondo, ma anche come si modifichi la vita su fondali decisamente privati dalla luce, dove la pressione dell’acqua è grandissima. Molti di questi misteri sono stati svelati dalla spedizione Challenger Deep, condotta dal regista James Cameron e dalla National Geographic Society, ma la Fossa della Marianne rimane comunque un ambiente abbastanza ignoto.

Di seguito, qualche informazione sulle spedizioni e le esplorazioni condotte nell’ultimo secolo, nonché le curiosità e i dubbi che rimangono tutt’oggi aperti.

Le spedizioni

La Fossa delle Marianne è la più profonda depressione oceanica conosciuta dall’uomo: questa particolare configurazione dei fondali marini si trova a nord-ovest del Pacifico, al largo delle omonime isole Marianne, in una posizione equidistante da Giappone, Nuova Guinea e Filippine. Dalla caratteristica forma di un arco, di una lunghezza di circa 2.500 chilometri, la depressione raggiunge la profondità record di 11.034 metri. Questa peculiarità sembra sia dovuta alla corrispondenza e alla sovrapposizione di due diverse placche tettoniche, quella del Pacifico in subduzione con quella delle Filippine. Va inoltre considerato come la zona sia da sempre ricolma di vulcani sottomarini, che contribuiscono alla modifica delle aree telluriche sommerse.

Lo studio della profondità della depressione ha inizio alla fine dell’800, in particolare con la spedizione Challenger: dal 1872 al 1876, infatti, vennero condotte le prime rilevazioni oceanografiche dell’area. Nonostante gli strumenti limitati dell’epoca, si riuscì a certificare una profondità di circa 8.184 metri. Qualche anno più tardi, nel 1899, la carboniera Nero rilevò una profondità ulteriore, pari a 9.636 metri. Bisognerà attendere gli anni ’50 del secolo successivo, nel dettaglio con la spedizione Challenger II, per effettuare le prime analisi con l’ausilio di sonar: fu così scoperto il punto di profondo della Fossa della Marianne, di 10.863 metri dopo le correzioni manuali agli strumenti. Nel 1957 il vascello sovietico Vitjaz testimoniò una profondità di 11.034 metri, ma la misura non venne inizialmente confermata, poiché le successive spedizioni non riuscirono a testimoniarne il dato.

Sono tuttavia due le spedizioni più famose, non solo perché capaci di confermare l’incredibile profondità della depressione, ma anche perché le prime a permettere l’arrivo dell’uomo sul fondo. Il batiscafo Trieste raggiunse i fondali della Fossa delle Marianne il 23 gennaio del 1960, con a bordo Don Walsh e Jacques Piccard. Gli strumenti di bordo rilevano una profondità di 11.521 metri, rettificati a 10.916. Nel 2013, invece, è stata la volta del Deepsea Challenger, una spedizione che ha visto protagonista il regista James Cameron, terzo uomo a toccare il fondo della depressione. Questa missione è forse la più significativa poiché, grazie a strumenti di ripresa all’avanguardia, ha permesso di registrare e mostrare al mondo la vita all’interno di questa zona misteriosa dell’Oceano.

Misteri e curiosità

Così come già accennato, dalla prima scoperta della Fossa delle Marianne l’uomo si è chiesto se i fondali fossero abitati, nonché se la vita fosse possibile data l’assenza di luce e l’elevata pressione dell’acqua. Si è quindi ipotizzato la depressione fosse un luogo angusto, inospitale e del tutto privo di vita o, al massimo, abitato da grandi e misteriosi mostri oceanici. L’ipotesi venne tuttavia smentita già dalla prima immersione del Triste: Don Walsh e Jacques Piccard furono davvero sorpresi di rinvenire un fondo chiaro, quasi illuminato, abbastanza ricco di vita. Presenti dei piccoli esemplari di pesce, che ai tempi vennero definiti come “sogliole” e “platesse”, ma anche quelli che sembrano apparire dei gamberetti, nonché una lunga distesa di diatomee.

La spedizione del 2013 ha confermato la presenza di vita testimoniata cinquant’anni prima, svelando e riprendendo l’esistenza di molti altri esemplari. I fondali sono apparsi decisamente vivi e movimentati: vi sono colonie ben numerose di anfipodi, dei crostacei simili ai gamberetti dalle dimensioni però ben più generose degli altri analoghi nel Pacifico, nonché delle oloturie, quindi foraminiferi, amebe giganti e alghe unicellulari. Non solo, poiché è stata anche scovata una nuova specie di pesce, il cosiddetto “pesce fantasma”, un liparide dall’aspetto morbido, con pinne tessutate e ricoperte di sensori gustativi, con cui saggia l’acqua alla ricerca di cibo.

Uno dei misteri ancora oggi non meglio chiariti riguarda alcune tipologie di mollusco dotate di corazza. L’intensa pressione dell’acqua a 11.000 metri di profondità non permette di mantenere intatti gusci e corazze: è proprio per questo che gli animali che vi abitano tendono ad avere corpi morbidi e malleabili, pronti a modellarsi sotto l’azione dell’oceano. I molluschi in questione, della famiglia delle Vesicomyidae, presentano invece un robusto scudo, nonché una forma a serpentina utile per filtrare l’acqua. Come tale guscio possa resistere alla pressione non è al momento ben chiaro, né come possa scomporre l’acido solfidrico, solitamente letale per questa specie.

Altra sorpresa delle Fosse delle Marianne, registrata nel 2015, è la presenza sui fondali di fonti di anidride carbonica liquida, l’unica area sottomarina nota dove questa emissione accade. Una peculiarità che, forse, potrebbe aver contribuito allo sviluppo della vita in un luogo così isolato e inospitale. Non è però tutto, poiché la fossa è anche ricca di ponti naturali, alcuni estesi per una sessantina di chilometri, capaci di collegare le placche delle Filippine con quella del Pacifico.

Il mistero più grande da risolvere, però, sembra essere quello relativo al possibile ruolo della Fossa delle Marianne in termini di regolazione climatica del Pianeta. Le grandi fosse oceaniche, in particolare proprio questa delle Marianne, sono infatti dei ricettori naturali di anidride carbonica, un fatto che aiuta a stemperare le conseguenze delle emissioni di gas serra in atmosfera. Data la sua incredibile estensione, sia in un lunghezza che in profondità, la Fosse delle Marianne potrebbe essere indispensabile per la sopravvivenza del globo.

5 giugno 2016
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I vostri commenti
Fabrizio, giovedì 9 giugno 2016 alle10:07 ha scritto: rispondi »

conosciamo meglio Marte e gli altri pianeti del sistema solare che quello che si trova sotto le onde onde del nostro pianeta

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