Gli scarichi di farmaci e altre sostanze chimiche in acqua potrebbero essere una delle cause dell’attuale crisi di sopravvivenza degli animali selvatici. È quanto rivela l’analisi di diversi studi scientifici pubblicati negli ultimi anni, quindi raccolti su Philosophical Transactions of The Royal Society B. Sotto accusa, in particolare, antidepressivi e fertilizzanti chimici.

Gli studi sulla contaminazione farmacologica dell’ambiente sono molto rari, eppure risultano fondamentali per comprendere i cambiamenti della fauna selvatica, ben oltre ai cambiamenti climatici. L’utilizzo mondiale di medicinali è in costante aumento, grazie anche ai progressi della scienza, ma queste sostanze vengono poi espulse con feci e urine, quindi si riversano in dosi massicce nei corsi d’acqua anche a causa degli scarichi delle aziende non sempre a prova di depuratore. Il risultato sarebbe un importante declino di pesci e altri animali acquatici, nonché delle specie in loro stretto contatto.

Il primo studio, condotto dal ricercatore Tom Bean dell’Università di York, ha analizzato la concentrazione di farmaci nelle acque e gli effetti sulle popolazioni animali limitrofe. In particolare, la ricerca ha dimostrato come la fluoxetina disciolta in acqua, un comune antidepressivo, spinga gli storni a nutrirsi meno, soprattutto durante gli orari tipici dell’alba e del tramonto. Non è però tutto, poiché questo è soltanto uno dei tanti farmaci che potrebbero essere presenti in concentrazioni varie in fiumi e laghi:

La fluoxetina non è il solo medicinale o il solo antidepressivo che si rileva nell’ambiente. Misture di vari farmaci potrebbero essere più potenti e pericolose.

Un risultato simile è stato confermato da una ricerca condotta da Karen Kidd, ricercatrice dell’Università del New Brunswick: gli estrogeni utilizzati per la pillola anticoncezionale, anche nelle ridotte concentrazioni attese in acqua, hanno effetti letali sui pesci d’acqua dolce monitorati in alcuni laghi dell’Ontario. Un fatto che innescherebbe dei danni a catena: le specie predatrici si riducono del 23-42%, per la mancanza di pesci di cui nutristi, mentre aumentano insetti anche dannosi per l’agricoltura.

Non è però tutto: Cecilia Berg, presso l’Università di Uppsala, ha dimostrato come gli anfibi vengano colpiti dagli effetti dei medicinali ormonali, riducendo le loro capacità di riproduzione. Un problema evidenziato anche da Anette Küster e Nicole Adler dell’Agenzia Federale dell’Ambiente tedesca, con la definizione delle sostanze più pericolose e contaminanti: ormoni, antibiotici, FANS, antidepressivi, chemioterapici e fertilizzanti.

Gran parte del problema risiede nelle concentrazioni di queste molecole potenzialmente dannose: Joakim Larsson, dell’Università di Gothenburg, ha infatti dimostrato come i livelli di alcuni farmaci sciolti nei corsi d’acqua vicini ai grandi centri urbani superino di gran lunga quelli rilevabili nel sangue di un individuo durante un ciclo di trattamento, poiché si viene a creare un ovvio effetto di moltiplicazione. A questo si aggiungono anche i farmaci per uso veterinario e le sostanze chimiche utilizzate per fertilizzare o come pesticidi del terreno, con quantitativi che negli Stati Uniti raggiungono i 4 milioni di tonnellate all’anno.

Come fare per contenere una contaminazione così estesa, senza ridurre le necessità di cura del genere umano? Gli esperti al momento non hanno trovato una soluzione, ma la risposta potrebbe partire nell’implementazione di sistemi di depurazione e filtraggio all’avanguardia delle acque reflue, così che le molecole a rischio vengano trattenute e non influiscano sull’esistenza delle specie selvatiche.

14 ottobre 2014
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