Che i sacchetti di plastica non siano spariti dalla circolazione, come dovrebbero in base alla normativa vigente, lo sappiamo tutti. Non è difficile infatti incorrere durante i nostri acquisti, soprattutto in piccoli negozi, nell’offerta di sacchetti che, anche ad una prima analisi grossolana, risultano evidentemente non biodegradabili.

Come è possibile? Assobioplastiche e ilConsorzio Italiano Compostatori hanno denunciato la presenza di sacchetti commercializzati come “biodegradabili“, che in realtà non lo sono. Addirittura sarebbero il 60% del totale di quelli disponibili in Italia. La denuncia è stata accolta dalla procura di Torino e il pm Raffaele Guariniello ha aperto un fascicolo per “frode in commercio”, per il momento contro ignoti, con lo scopo di individuare, in collaborazione con i carabinieri del NAS, il Ministero dell’Ambiente e l’Istituto Superiore di Sanità, le aziende che producono e distribuiscono, in trasgressione della legge, le buste incriminate.

La legge di Conversione del Decreto Legge Competitività (n. 91/2014), dopo la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale, ha completato l’iter partito nel 2007 che regola la commercializzazione degli shopper monouso non biodegradabili e compostabili. In particolare, in essa, è contenuta una norma che dal 21 agosto fa scattare le sanzioni pecuniarie (da 2.500 fino anche a 100.000 euro), per chi commercializza sacchetti per la spesa in plastica, ad eccezione di quelli monouso biodegradabili e compostabili, conformi quindi alla norma “UNI EN 13432:2002″ e di quelli riutilizzabili perché in accordo con i requisiti di spessore previsti dalla stessa normativa.

Le indagini portate avanti finora rivelano che il problema riguarda soprattutto i piccoli market e i negozi, sarebbe quindi praticamente esclusa la grande distribuzione. I sacchetti che sono stati analizzati hanno dimostrato una composizione molto variegata: se ne sono trovati in plastica tradizionale, in falso materiale biodegradabile, che comporta la frammentazione in microframmenti più che la decomposizione, e anche biodegradabili, ma non conformemente alla legge, cioè non in grado di subire una decomposizione del 90% nell’arco di 6 mesi.

Considerando che in Italia “il giro” degli shopper pesa 90 mila tonnellate, ovvero qualche miliardo di pezzi, tra cui molti in vendita a 10 centesimi, si capisce quale può essere la porata della truffa. Francesco Ferrante, di Green Italia, così ha commentato la notizia:

La truffa economica e ambientale è di dimensioni enormi. L’Italia, grazie al percorso iniziato nel 2007 con l’emendamento del sottoscritto alla Finanziaria di quell’anno, è una volta tanto avanti rispetto alle prescrizioni europee: la nuova direttiva europea si pone l’obiettivo di riduzione del 50 % in tre anni dell’utilizzo degli shopper usa e getta, un obiettivo già raggiunto, perché erano 180mila le tonnellate di shoppers introdotte nel mercato italiano nel 2010 prima del divieto, ridotte a 90mila nel 2013.

I danni sono ambientali, ma anche economici, andando a detrimento delle aziende che lavorano nel pieno rispetto della legge. Marco Versari, presidente di Assobioplastiche:

Quello che abbiamo denunciato è un problema dal punto di vista industriale, visto che chi mette sul mercato come compostabili sacchetti che non lo sono danneggia chi invece opera in maniera corretta. C’è però anche un problema ambientale enorme: i cittadini sono convinti di avere un sacchetto ecologico e dopo la spesa lo usano per fare la raccolta differenziata dell’organico, ma in realtà quello che buttano nella spazzatura non è un prodotto biodegradabile.

La soluzione sembra come al solito offerta da maggiori controlli, e obbligo al rispetto delle leggi, tramite l’applicazione delle sanzioni previste. Ma anche qui l’informazione fa la sua parte: non solo per i cittadini, ma anche per gli esercenti, spesso non informati sugli aggiornamenti della normativa o truffati essi stessi.

Esistono infatti degli enti certificatori con relativi marchi, riconosciuti dalla legge e in grado di dare tracciabilità a questi prodotti: AIB Vincotte, Certiquality srl, Dincertco e il sistema di marcatura del Consorzio Italiano Compostatori (con la collaborazione dell’ente certificatore Certiquality srl) che rilascia il marchio “Compostabile-CIC”.

16 settembre 2014
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