La posizione dell’Italia nella classifica internazionale dei Paesi più attivi nella ricerca sulle energie rinnovabili è buona, ma non è tra le più invidiabili. Il nostro Paese ha perso posizioni e oggi si trova all’ottavo posto nel mondo a fronte del sesto posto occupato lo scorso anno.

Il dato è contenuto nell’ultimo rapporto redatto dall’osservatorio nazionale di ISES Italia, presentato nei giorni scorsi alla manifestazione Key Energy di Rimini, uno degli eventi più importanti della fiera Ecomondo 2016.

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Il 2° rapporto sulla produzione scientifica in tema di energie rinnovabili ha preso in esame 154 Paesi, valutando tre parametri: il numero delle riviste più utilizzate dagli scienziati; la nazionalità degli autori degli studi; le citazioni ottenute e la qualità della sede di pubblicazione.

Gli analisti hanno elaborato l’IGP Index (Index Green Paper) usando i dati contenuti nell’ISI Web of Science di Thomson-Reuters e nello SCIval di Scopus.

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Al primo posto della classifica relativa al 2015 si sono piazzati gli Stati Uniti, seguiti dalla Cina e dal Regno Unito. Questi tre Paesi occupavano le prime posizioni anche nel 2014. Al quarto posto troviamo la Germania, seguita dalla Corea del Sud, dal Giappone e dall’India. Dopo l’Italia si sono piazzate Australia, Canada, Francia, Spagna, Paesi Bassi e Malesia.

Il presidente di ISES Italia Umberto Di Matteo ha invitato il Governo italiano a sostenere maggiormente la ricerca scientifica sulle tecnologie rinnovabili. Di Matteo ha sottolineato che la ricerca italiana sta riuscendo a rimanere in piedi a dispetto dello scarso sostegno pubblico e della fuga dei cervelli all’estero.

Nel 2015 l’analisi ha evidenziato un incremento del 6,7% del numero dei ricercatori impegnati nel campo delle rinnovabili. La perdita di posizioni nella classifica internazionale secondo l’esperto deve però fungere da campanello d’allarme:

Il nostro studio ha registrato piccoli passi indietro rispetto allo sviluppo degli altri Paesi. Ciò che serve è un sostegno più concreto a livello pubblico e privato per la ricerca, consapevoli che l’euro speso meglio è quello investito sulla crescita della conoscenza.

14 novembre 2016
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