Pochi investimenti, un numero di pubblicazioni scientifiche buono, ma pochissimi brevetti. Questo il quadro impietoso dell’innovazione energetica in Italia fotografato da I-Com (Istituto per la Competitività) nel “Rapporto 2013 sull’Innovazione Energetica” alla cui presentazione questa mattina a Roma era presente anche la redazione di GreenStyle.

Il rapporto, curato da Franco D’Amore e Massimo La Scala in collaborazione con società come ABB, ENEL, ENEA Terna e il CNR tra gli altri, fotografa un boom mondiale degli investimenti in ricerca e sviluppo tra il 2010 e il 2011: la spesa nel settore energetico è cresciuta a un ritmo triplo rispetto alla media. Gli investimenti in innovazione energetica sono più che raddoppiati, soprattutto per merito del settore pubblico della spinta sull’acceleratore energetico della Cina.

Il Paese asiatico è in cima alla classifica dell’innovazione, primo per investimenti, articoli scientifici e registrazione di brevetti legati all’energia. L’Italia invece si colloca sempre nelle posizioni più basse in classifica, mantenendo un certo livello di competitività solo sulla ricerca, misurata da I-Com basandosi sul numero di articoli di carattere scientifico pubblicati da ricercatori italiani su 35 riviste scientifiche tra le più importanti al mondo. L’Italia con 113 pubblicazioni nel 2012 si colloca al quinto posto, vicina a Germania e Spagna, ma il buon piazzamento in ambito di produzione scientifica è purtroppo un caso isolato per il Belpaese.

Dal punto di vista degli investimenti in Ricerca e Sviluppo (R&S) l’Italia spende appena 1,31 miliardi di dollari, una spesa davvero esigua non solo se confrontata con i 14 miliardi all’anno di Cina e USA, ma anche rispetto ai leader europei, Francia e Germania, che spendono rispettivamente 3,6 e 3,8 miliardi l’anno. Una nota interessante è che la spesa pubblica italiana si concentri soprattutto sull’efficienza energetica, ben il 24% del totale, segno che nonostante gli esigui investimenti il tema venga considerato strategico. Per quanto riguarda invece le rinnovabili la spesa del Belpaese si attesta al 17%, decresce invece quella relativa al nucleare, dimezzata rispetto a 10 anni prima.

Situazione decisamente negativa per l’Italia anche sul fronte dei brevetti, un “guado”, come lo definisce il presidente di I-Com Simone Da Empoli, da cui non riusciamo ad uscire e che evidenzia una incapacità italiana di trasformare la ricerca scientifica in ricchezza prodotta. Nel panorama negativo sui brevetti, gli unici settori che “brillano” in Italia sono il solare termodinamico, la cogenerazione e il geotermico, ambiti in cui il nostro Paese registra il maggior numero di brevetti.

Tra tante ombre e poche luci il Belpaese registra comunque un saldo in attivo nella bilancia commerciale energetica, cioè l’import-export di tecnologie energetiche. Da questo punto di vista l’Italia registra un attivo di 7,7 miliardi di dollari nel 2011, superiore alla Germania il cui saldo positivo si attesta a 6,8 milioni.

Il rapporto di I-Com oltre a tracciare lo stato dell’arte indica anche delle soluzioni che permettano all’Italia di tornare ad essere competitiva nell’innovazione energetica accendendo l’innovazione nelle PMI, vero motore pulsante del nostro Paese:

  • Agire sulla scarsa capacità di tradurre ricerca in brevetti, eliminando la solitudine dei ricercatori a cui non vengono dati strumenti per dare un contributo al sistema economico;
  • Offrire alle PMI specifici strumenti per lo sviluppo e mettere in campo programmi di ricerca a lungo termine che coinvolgano le imprese;
  • Snellire i processi autorizzativi rendendo più efficiente il sistema di incentivazioni;
  • Cooperazione tra imprese e centri di ricerca e un raccordo tra amministrazioni centrali e regionali (una governance del settore).

18 giugno 2013
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I vostri commenti
l, mercoledì 19 giugno 2013 alle10:03 ha scritto: rispondi »

Il problema italiano è la classe dirigente e le grandi imprese pubbliche e private che non sono in grado di recepire. i progetti e i brevetti che vengono dal basso con enormi sacrifici e senza fondi. Progetti e brevetti si possono anche non condividere. Ma le istituzioni dovrebbero esser in grado almeno di discuterli, Non si devono nascondere dietro i silenzi per nascondere che in settori importantissimi come l'ambiente e l'energia è stato sbagliato tutto. In Italia è nata virtualmente la depurazione globale urbana e l'energia protettiva dell'ambiente, ma i diretti interessati che l'hanno ricevuta in anteprima hanno fatto finta di niente. Se avessi avuto il timore di confrontarmi con i nostri scienziati, politici e imprenditori non avrei depositato i brevetti. Invece sono costretto a cercare amici e sostenitori sui network. In questi giorni di intensa attività di diffusione, nonostante il mio incomprensibile inglese, ho ricevuto delle richieste di documentazione dall’India, Sud Africa, Israele. Si sono accontentati di riceverle anche nella sconosciuta lingua italiana. Sto ricevendo consensi e proposte anche da molti tecnici italiani e piccole imprese. Nessuna richiesta dagli atenei e gli enti di ricerca italiani. Sono troppo impegnati nei loro brevetti di dettagli specialistici, per occuparsi anche di problemi strategici e infrastrutturali, riguardanti la Depurazione globale urbana e l’energia. Quest'ultima, non semplicemente pulita, ma protettiva dell’ambiente, è a portata di mano. E’ Italiana. Non è una soluzione commerciale, ma strutturale, che caratterizza le intere attività civili e industriali del Paese. Errori colossali della progettazione pubblica mondiale, hanno comportato sprechi enormi di risorse in una corsa alle energie, cosiddette, pulite, di cui il mondo non avrebbe bisogno, se chiudesse correttamente il ciclo del carbonio antropico, attraverso opere strutturali, che darebbero lavoro alle popolazioni, al pari dell’industria. L’ energia, prodotta attraverso la chiusura di questo ciclo, non potrà essere superata nemmeno dall’idrogeno, quando diventerà un propellente. L’idrogeno, non potrà trasportare carbonati ai mari e ai laghi che si stanno acidificando. Non potrà nemmeno produrre compost per i terreni agricoli che si stanno inaridendo. Il nucleare, se non fosse pericoloso, nemmeno assolverebbe alla funzione protettiva dell’ambiente, sopra citata. Il solare è l’eolico, assorbono energia e CO2 per la produzione e lo smaltimento; richiedono materiali che hanno disponibilità limitate nel Pianeta. Ai fini ambientali, sono certamente migliori dell’energia termoelettrica, ma solo perché le attuali centrali, sono incomplete delle infrastrutture necessarie alla chiusura del ciclo del carbonio. La nostra classe dirigente, invece di competere, con un prodotto migliore e più duraturo, vuole applicare dazi ai pannelli solari e alle pale eoliche cinesi. Ma, neppure questi sono in grado di riportare i Sali ai mari e il concime ai terreni come farebbe l’energia protettiva dell’ambiente. Si è formato, nel mondo, uno strano concetto di energia rinnovabile, che confonde le idee a chi non è abituato a cercare la verità, nella logica della tecnica e della scienza imparziale, non condizionata da soluzioni commerciali e da scelte politiche sbagliate precedenti, addirittura incentivate dai governi. E’ molto difficile che la comunità scientifica internazionale riconosca questi errori . L’energia protettiva, soprattutto, se ricavata da produzioni biologiche in fabbricati serra verticali, con il recupero integrale, dell’acqua di produzione, del CO2, dei SOx, NOx e del calore, costerà di meno, e sarà ancora più rinnovabile delle rinnovabili. Produrrà tanto di quel compost che consentirà , non solo di concimare i terreni, ma addirittura la fertilizzazione di quelli inariditi. Le acque riciclate tuteleranno le falde acquifere, e quelle scaricate l'alcalinità marina e lacustre. Potremmo ridurre, non lasciare inalterata la quantità di CO2 nell’atmosfera. La classe dirigente ha altre priorità. Non ha tempo di discutere di queste cose.

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