L’Oxfam ha diffuso in questi giorni, in occasione del Business and Climate Summit 2016 di Londra, il dossier “A qualcuno piace caldo: così l’industria alimentare nutre il cambiamento climatico”. Secondo il rapporto responsabile del 25% delle emissioni globali di gas serra sarebbe proprio l’industria alimentare, in particolare a causa della produzione di riso, soia, mais, grano e olio di palma.

Si tratta di 5 prodotti che da soli comporterebbero un impatto superiore a quello di qualsiasi Paese del mondo, esclusi solo Cina e Stati Uniti. Secondo Oxfam le 10 più grandi aziende del settore sono ancora legate al lavoro di circa 100 milioni di piccoli agricoltori, che sono però anche coloro che risentono di più e con maggiori danni, degli effetti dei cambiamenti climatici.

Questi cambiamenti sarebbero quindi una diretta conseguenza proprio dell’eccessiva intensità con la quale l’industria alimentare sfrutta risorse e lavoratori.

Un circolo vizioso nel quale a subire le peggiori conseguenze sono le donne, che in molti Paesi non possono essere proprietarie dei terreni, non possono accedere al credito, non hanno risorse economiche, non possono entrare nelle cooperative o negli altri sistemi di supporto e si ritrovano, in caso di disastri naturali causati dai mutamenti climatici, a dover fronteggiare situazioni di emergenza senza aiuto da nessuno. Elisa Bacciotti, direttrice delle Campagne di Oxfam Italia sostiene che:

Le grandi aziende del cibo non solo devono pensare a come ridurre le emissioni di gas serra all’interno della loro filiera produttiva, ma devono anche garantire ai contadini un reddito adeguato in modo che possano reggere agli impatti del cambiamento climatico, senza perdere l’unica risorsa che permette loro di condurre una vita dignitosa.

Il timore prevalente è che se queste dinamiche non muteranno non si riusciranno ad azzerare le emissioni di CO2 entro il 2050, come è stato deciso durante gli accordi di Parigi e si supererà la fatidica soglia di aumento di 1,5 gradi di temperatura entro fine secolo.

Ad oggi effetti come la produzione di metano nelle risaie allagate, o il rilascio di protossido di azoto dovuto all’utilizzo dei fertilizzanti, si sommano alla deforestazione attuata per far posto alle colture, con impatti pesantissimi sull’ambiente. Secondo Elisa Bacciotti:

Non riusciremo a raggiungerne gli obiettivi senza un ulteriore sforzo e un’azione urgente.

Il settore alimentare è il primo ad essere chiamato in causa e dovrebbe davvero aprire la strada per gli altri settori, affinché questo processo virtuoso diventi realtà.

29 giugno 2016
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