Elezioni 2013 e ambiente: intervista a Simone Togni di ANEV

Continuano i nostri incontri con la società civile per parlare di ambiente con un occhio alle prossime elezioni 2013. Dopo aver ascoltato il Presidente di Legambiente, oggi pubblichiamo l’intervista a Simone Togni, Presidente dell’ANEV (Associazione Nazionale Energia del Vento) e quindi rappresentante di spicco del mondo delle rinnovabili e delle aziende connesse a questo settore.

Leggi l’Intervista a Vittorio Cogliati Dezza, Presidente di Legambiente”

L’attuale campagna elettorale sembra toccare solo marginalmente il problema dell’ambiente e della sostenibilità. Fondamentalmente si ritiene che al momento l’emergenza sia piuttosto rilanciare la crescita. In che modo, secondo lei, invece la green economy potrebbe svolgere un ruolo positivo nella lotta alla crisi? È possibile coniugare crescita e sostenibilità anche nel medio-breve periodo?

Uno studio dell’ANEV, basato sulle risultanze di un protocollo di intesa con le principali associazioni ambientaliste, prevede al 2020 16.200 MW di potenza complessiva da fonte eolica per una quota di energia pari a 27,5 TWh. Per dare un’idea della situazione dell’eolico nel mondo basta rifarsi ai risultati del rapporto predisposto dalla World Wind Energy Association (WWEA), che prevede per il 2015 una potenza mondiale installata pari a 600 GW che arriveranno a 1.500 GW nel 2020, superando sia l’idroelettrico che il nucleare. La testimonianza più tangibile dello sviluppo di questo settore nel mondo è la prepotente crescita dei mercati asiatici con India e Cina nelle primissime posizioni. Puntare sulle rinnovabili è sostanziale per l’elevato potenziale che risiede nei propri tratti caratteristici, in particolare per il settore eolico in riferimento agli attuali occupati pari a oltre 30.000 unità, in un comparto produttivo in sistematica crescita, si registra un potenziale occupazionale doppio nei prossimi dieci anni e con un livello di investimenti di capitali privati di circa 10 miliardi di €. Risulta, quindi, quanto mai necessario puntare su un settore che garantirà nel prossimo futuro crescita costante negli anni, sviluppo tecnologico e industriale, flussi economici sempre in ascesa, tassi di occupazione elevati nelle regioni a maggior carenza di posti di lavoro. Mai come in questo periodo nel nostro Paese serve una scossa, uno spunto di rinascita, di ripartenza; mai come in questo periodo è necessario che tale segnale provenga dal settore industriale. Come nelle grandi riprese economiche post recessione susseguitesi nel nostro Paese, la scintilla può e deve provenire solamente da un settore che può garantire ampi margini di penetrazione sociale, ingenti volumi di investimenti, occupazione, elevato contenuto tecnologico. Un settore che possa in qualche modo essere già maturo da tutti i punti di vista, ma che in un certo senso possa ancora assicurare un elevato potenziale di sviluppo e ampi margini di crescita.

ANEV, anche recentemente, ha avuto parole dure nei confronti del DM Rinnovabili voluto a luglio dal governo attualmente in carica. Può riassumere i motivi della vostra critica?

Le misure contenute nel decreto contengono numerose criticità, che purtroppo in questi mesi di concertazioni non sono state superate in toto, nonostante l’intenso lavoro di mediazione svolto da alcuni soggetti istituzionali. Se da una parte, quindi, è stata risolta l’annosa questione dell’incertezza normativa che gravava sugli operatori, dall’altra sono subentrate numerose criticità derivanti dai tagli indiscriminati che sono stati applicati sugli incentivi, anche in maniera retroattiva, non recependo, di fatto, le richieste formulate anche da soggetti istituzionali che con valutazioni obiettive al riguardo avevano formulato diverse proposte contenenti una serie di tagli graduali al sistema che avrebbero rappresentato una soluzione sostenibile per l’intero settore. Le risultanze scaturenti dal completamento delle procedure d’asta e dalla formulazione dei Registri per i piccoli impianti, hanno infatti evidenziato dei dati oggettivamente chiari. La circostanza che il contingente messo ad asta per il grande eolico non sia stato raggiunto, ha come conseguenza che la maggior parte delle aziende si sia indirizzata sui piccoli impianti, saturando di fatto per i prossimi due anni la possibilità di accesso agli incentivi. Il dato più allarmante è sicuramente quello relativo agli investimenti che nell’ultimo anno sono stati effettuati per iniziative nel comparto eolico. Possiamo affermare senza il minimo dubbio come negli ultimi mesi il settore sia quasi completamente fermo con volumi di investimento in calo vertiginoso, anche del 60-70% inferiori rispetto agli anni passati, con i principali stakeholders finanziari orientati su altre tecnologie ma soprattutto verso altri paesi. Negli ultimi 12 mesi si è registrato un disavanzo di oltre 3.000 nuovi occupati, tra diretti e indiretti, rispetto alle previsioni, con un quasi totale stallo negli ultimi mesi dell’anno.

Lei ha partecipato nei giorni scorsi a un’audizione del Senato della Repubblica sull’argomento SEN (Strategia Energetica Nazionale). Quali sono stati i vostri consigli alle istituzioni?

La SEN, Strategia Energetica Nazionale, definisce le linee programmatiche dello sviluppo del settore dell’energia per i prossimi anni, con orizzonti più ampi, per quanto riguarda ad esempio le rinnovabili, della ormai ampiamente trattata scadenza degli obiettivi al 2020. Grande risalto viene dato allo sviluppo delle rinnovabili (soprattutto alle termiche), evidenziando alcuni aspetti da condividere come il dissennato incremento del fotovoltaico dettato da strategie delineata senza un briciolo di prospettiva, altri meno, come i livelli eccessivi di incentivazioni all’eolico, ricadendo nel consueto trappolone del confronto con altri paesi europei come Spagna e Germania. Al di là dell’analisi delle differenze tra la burocrazia e gli evidenti ostacoli a livello legislativo in primis e tecnico per ovvie carenze infrastrutturali che fanno lievitare sostanzialmente i costi di installazione nel nostro paese rispetto a quelli menzionati, ciò che realmente ci si aspettava da un documento del genere era di capire le reali intenzioni del legislatore al riguardo, ovvero mostrare di poter in qualche modo manifestare le proprie strategie sul favorire un razionale ed economico sviluppo delle rinnovabili.

L’Italia nell’ultimo anno sembra aver virato la propria attenzione energetica verso le fonti tradizionali, in primis il carbone. Condivide tale impressione e se sì, cosa ne pensa?

Non posso non condividere: una strategia di questo tipo riporterebbe il nostro Paese a dinamiche di accantonamento dell’idea di indipendenza energetica, progresso tecnologico e sviluppo economico occupazionale. Il motivo per il quale i trattati internazionali, quelli comunitari e le normative nazionali assumono come necessario l’impegno dei singoli stati a sostenere fonti di energia pulita, è abbastanza facile da capire, infatti se è vero che queste tecnologie sono più care se confrontate con i medesimi criteri utilizzati per calcolare il costo di quelle tradizionali, valutando anche quelli che sono i costi esterni e quello che vorrei chiamare il valore intrinseco di queste tecnologie, la questione cambia. L’indubbio beneficio derivante dalla parziale eliminazione delle tecnologie altamente inquinanti si tradurrebbe inevitabilmente con la disponibilità a pagare (c.d. Willingness to pay, scomodando modelli economici internazionali) di ognuno di noi per assicurare condizioni future di vita migliori.

Da un punto di vista strategico val la pena sottolineare come oggi sia cambiato ogni schema, e la grande sovraccapacità del nostro Paese in termini di offerta elettrica, potrebbe essere giocata dal nostro Paese prevedendo fin d’ora un periodo di sofferenza, quale è quello odierno, che però si potrebbe trasformare in strategia vincente nel medio periodo. Ipotizziamo, infatti, che dalla Libia arriveranno nel futuro meno materie prime, che per l’approvvigionamento di gas dalla Russia permangano gli attuali rischi che generano incertezza sulla stabilità delle forniture del gas, che l’uscita della Germania e, seppur più avanti, della Francia dal nucleare civile determini un significativo calo della produzione elettrica in quei Paesi e quindi l’impossibilità di importare energia come oggi facciamo. Infatti non potrà essere il mercato, o solo il mercato, a regolare questa transizione, perché di transizione si parla, ma la carenza stessa dell’energia diventerà elemento strategico slegato da valutazioni economiche, e questo significherà che l’indipendenza energetica diventerà il primo elemento strategico di politica energetica che un Governo illuminato dovrebbe voler raggiungere. In questo contesto di medio-lungo periodo tuttavia ci troviamo oggi a dover fare fronte alle criticità che l’attuale situazione economico-finanziaria ci impone, con l’esito che queste tecnologie non solo non vengono sostenute, ma si decide con una decisione completamente ottusa di penalizzare il settore delle rinnovabili bloccando definitivamente i nuovi investimenti.

Qual è lo stato di salute del settore eolico in Italia? Quali sono le sue potenzialità e quali i problemi che, eccettuati i gravi problemi di lentezza burocratica, ne tarpano attualmente lo sviluppo?

Come prima conseguenza di ciò in questi primi mesi dell’anno, come nel precedente, nonostante si sia raggiunto un buon livello di nuova potenza entrata in esercizio, si è registrato un sensibile calo degli investimenti nel settore eolico con effetti che saranno visibili nei prossimi anni. Il dato della potenza installata riflette infatti la situazione del settore con un ritardo in media di 3/4 anni, il periodo che intercorre tra il finanziamento dell’iniziativa e la realizzazione della stessa. Il dato più allarmante è sicuramente quello relativo agli investimenti che nell’ultimo anno sono stati effettuati per iniziative nel comparto eolico. Possiamo affermare senza il minimo dubbio come negli ultimi mesi il settore sia quasi completamente fermo con volumi di investimento in calo vertiginoso, anche del 60-70% inferiori rispetto agli anni passati, con i principali stakeholders finanziari orientati su altre tecnologie ma soprattutto verso altri paesi. Tali misure si stanno ripercuotendo inevitabilmente sul comparto occupazionale, invertendo una tendenza al rialzo, che pochi settori produttivi avevano conosciuto negli ultimi 10 anni. I dati rilevati nel monitoraggio periodico dello studio UIL-ANEV, indicano tassi occupazionali in vertiginosa discesa, ovunque superiori al 70% rispetto all’anno precedente, con picchi anche pari al 90% in alcune regioni del sud Italia. Negli ultimi 12 mesi si è registrato un disavanzo di oltre 3.000 nuovi occupati, tra diretti e indiretti, rispetto alle previsioni, con un quasi totale stallo negli ultimi mesi dell’anno. I numeri cominciano a essere importanti e la predisposizione di misure che possano invertire tale tendenza, quanto mai impellenti. a oggi limiti di natura economica scaturenti dai nuovi regimi di incentivi non rendono conveniente la costruzione di impianti che non assicurino una produzione per almeno 1.800 ore equivalenti annue, ciò a significare che tutti gli impianti attualmente in esercizio debbano necessariamente garantire tale valore, al netto di problematiche di connessione alla rete elettrica nazionale e di natura contingente. I livelli di incentivazione sono infatti decresciuti in maniera considerevole negli ultimi anni, con un processo innescato dall’abbattimento dei costi per il progresso tecnologico e accelerato dal crollo della domanda dei Certificati Verdi, accentuato poi dagli ultimi tagli applicati al prezzo di ritiro da parte del GSE, misura che si era resa necessaria per arginare la inevitabile emorragia di CV rimasti invenduti.

Tra non molto un nuovo Parlamento verrà eletto, dando vita a una nuova legislatura. Quale provvedimento suggerirebbe per primo per il settore energia?

Per quanto riguarda le rinnovabili elettriche l’unica strada possibile oggi è quella di rivedere complessivamente tutto il sistema degli incentivi, dei meccanismi di definizione degli stessi, della gestione dei flussi fisici di energia, delle possibili alternative derivanti da sistemi innovativi come gli accumuli, e rendendo efficienti i sistemi autorizzativi e gestionali per i nuovi impianti. Per quanto riguarda l’attuale situazione regolatoria per il settore, l’effetto atteso dall’emanazione del D. Lgs. 28/2011 e dei decreti attuativi era di una necessaria ulteriore spinta nella direzione dello sviluppo delle rinnovabili per consentire il raggiungimento degli obiettivi al 2020, che il nostro Paese ha assunto volontariamente indicando il 26% della produzione elettrica da Fonti Rinnovabili come percentuale sul Consumo da raggiungere. Per fare ciò appariva scontato che il Decreto di recepimento sarebbe stato tutto volto alla rimozione degli ostacoli oggi presenti e che non avrebbero consentito tale risultato. Semplificazione amministrativa, eliminazione delle tortuose farraginosità delle autorizzazioni e perché no valutazione di nuovi meccanismi di incentivazione potrebbero e dovrebbero essere la base di partenza per un rilancio serio ed efficiente del sistema nel suo complesso.

Sarebbe opportuno al riguardo valutare ad esempio se e in che modo lo spostamento dell’incentivo dalla produzione elettrica al capitale per gli impianti di produzione di energia da Fonte Rinnovabile, possa comportare un significativo risparmio per il sistema, e risolvere le criticità connesse con l’attuale difficoltà di reperimento dei capitali per il finanziamento di nuove iniziative. Infatti individuando un mix di sgravi fiscali, incentivi in conto capitale aggiudicati sempre tramite aste competitive, project bond e fondi a hoc, magari con meccanismi rotativi, si potrebbe raggiungere il medesimo obiettivo attualmente individuato, con un’efficienza molto superiore, e rilanciare l’economia e la crescita in un settore strategico. Un settore, facendo riferimento all’eolico, da cui si attendono 30.000 nuovi posti di lavoro nei prossimi dieci anni e che possa definitivamente valorizzare le numerose eccellenze del nostro paese in termini di sviluppo tecnologico e innovazione.

Leggi la posizione di ANEV sulle aste al ribasso

Per concludere, parliamo di nuove tecnologie e ricerca. Le rinnovabili vivono di continui aggiornamenti tecnologici che in pochi anni hanno reso l’obiettivo grid parity decisamente a portata di mano. Per quanto riguarda l’eolico, secondo lei, l’Italia investe abbastanza nella ricerca?

Per quanto riguarda questo aspetto, al di là di iniziative isolate, la parte principale viene svolta dalle aziende private, produttori di turbine e componentistica nello specifico, che stanno provvedendo ad abbassare sempre più l’asticella dei livelli di prezzo in modo da rendere sempre più competitiva tale tecnologia. La ricerca nel settore si sta indirizzando su due binari che in qualche modo possono andare di pari passo, da un lato sulla semplificazione della componentistica che renderebbe sicuramente più agevole la fase di manutenzione su macchine che obiettivamente si caratterizzano per una logistica operativa particolarmente complessa abbattendo inoltre significativamente la percentuale di interventi nella fase manutentiva. Dall’altra parte varrebbe la pena ragionare su possibili misure che comportino un abbassamento dei costi nell’ottica di abbattere, agendo globalmente su tutta la componentistica, il costo complessivo delle installazioni, tenendo conto di un possibile decremento nei prossimi anni del sistema degli incentivi. Va registrato comunque come in ambito tecnologico ci siano in Italia numerose eccellenze. L’azienda italiana nel settore della componentistica meccanica, ad esempio, è in assoluto tra le leader a livello mondiale, tanto che risulta essere un settore trainante per i forti volumi che registra anche in esportazione.

18 febbraio 2013
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Fabio Gianolla, lunedì 18 febbraio 2013 alle21:55 ha scritto: rispondi »

Kitegen è il futuro eolico, ne vogliamo parlare?  

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