L’elevata richiesta di avorio in Cina sta minacciando la sopravvivenza degli elefanti della Tanzania. Nonostante campagne di sensibilizzazione internazionale, e interventi integrati sul territorio per la protezione dei pachidermi, il mercato del lusso continua ad alimentare uccisioni e bracconaggio.

Il numero di elefanti in libertà è sempre più esiguo: la causa principale, oltre alle modifiche degli habitat da parte dell’uomo, è proprio la caccia di frodo. Un bracconaggio che si avvale sempre più di frequente di tecniche sofisticatissime per eludere i controlli, così da garantire ai cacciatori di spingersi profondamente nelle riserve naturali. Come quella del Selous, dove il numero dei pachidermi ospitati è sceso in modo preoccupante dai 70.000 nel 2006 ai 13.000 del 2013. Un dato allarmante reso noto dell’Environmental Investigation Agency (EIA), delle cifre che per la gran parte derivano dalla fame di avorio cinese.

Il commercio con l’Asia è particolarmente attivo, ma solo una piccola parte riesce a essere intercettata dalle task force internazionali. Come nel caso di Yu Bo, un commerciante fermato nel dicembre del 2013 dopo aver tentato di nascondere 81 zanne di elefante in un nave cargo, condannato quindi a 20 anni di carcere per l’impossibilità di pagare una multa da ben 5,6 milioni di dollari. Come lui, molti altri: sempre lo scorso anno, tre cinesi sono stati arrestati nei sobborghi di Dar es Salaam per la detenzione di ben 706 zanne. Qualche mese fa l’EIA ha condotto un’indagine sul campo: spacciandosi per un acquirente, ha scoperto come il prezzo per l’avorio dal mercato nero parta dai 700 dollari al chilo. Così spiega Mary Rice, direttore esecutivo dell’organizzazione:

Questo report mostra chiaramente come, senza un approccio di tolleranza zero, il futuro degli esemplari della Tanzania sia estremamente precario. Il commercio di avorio deve essere smantellato a tutti i livelli di criminalità, l’intera catena deve essere sistematicamente ricostruita, la corruzione eliminata, anche in quelle comunità locali sfruttate dai criminali.

A questo si aggiunge come i fondi stanziati a livello nazionale per la salvaguardia degli elefanti si siano incredibilmente ridotti nel giro di pochi anni: la riserva Selous, ad esempio, è passata dai 2,8 miliardi del 2006 agli 0,8 del 2009. Per compensare, si sono incentivati i safari turistici che, se da un lato possono contribuire alla raccolta fondi, dall’altro turbano gli animali.

Un portavoce del ministero degli esteri cinese ha definito il rapporto dell’EIA come “decisamente insoddisfacente”, negando che la Cina sia la causa principale dell’uccisione deliberata dei pachidermi. Ma già report passati del WWF confermano il coinvolgimento della nazione come attore principale del mercato nero.

6 novembre 2014
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