Gli elefanti, in particolare quelli del continente africano, godono del miglior olfatto tra i mammiferi. È quanto dimostra uno studio pubblicato su Genome Research: i grandi pachidermi disporrebbero di un elevatissimo nugolo di geni dedicati proprio alla percezione e al riconoscimento degli odori.

Quando si pensa agli animali dal fiuto straordinario, la mente corre in direzione del cane. Ma Fido, pur rimanendo uno dei mammiferi dal naso più fedele, è battuto di gran lunga dai grandi elefanti africani. E non solo per effetto della lunga proboscide, ma forse anche per uno specifico sistema d’adattamento evolutivo ai rischi costanti degli habitat in cui vivono. Lo studio, condotto dall’Università di Tokyo, evidenza infatti come siano oltre 2.000 i geni deputati nei pachidermi alla gestione degli odori, anche se le precise funzioni non sono ancora state del tutto identificate. Così spiega il ricercatore Yoshihito Niimura:

A quanto pare, il naso dell’elefante non è solo lungo, ma anche superiore. Il grande repertorio di geni per gli odori potrebbe essere attribuito alla diffusa dipendenza dall’olfatto in vari contesti, come la ricerca del cibo, la comunicazione sociale e la riproduzione.

Non a caso, la proboscide dell’elefante è il ponte tra l’animale stesso e il resto del mondo: con questo complesso organo raggiunge il cibo, analizza il terreno, abbatte la vegetazione fitta, comunica e molto altro ancora. L’olfatto giocherebbe un ruolo fondamentale proprio nel funzionamento di questa essenziale protuberanza.

L’analisi è stata condotta studiando i geni di 13 specie di mammiferi, sulla base di 20.000 geni già conosciuti per le loro implicazioni olfattive. Come già accennato, l’elefante batte tutti con i suoi 2.000 geni, quindi segue il ratto (1207), la mucca (1186) e il cavallo (1066). Il cane si attesta sugli 811 geni, mentre l’uomo può fare affidamento solo su 400 elementi, un dato che tende addirittura a diminuire fra gli altri primati.

Non è però tutto: per comprendere come il riconoscimento degli odori sia fondamentale per i pachidermi, basti pensare come questi animali siano dotati di specifiche ghiandole vicino agli occhi, che secernono delle sostanze oleose durante il periodo dell’accoppiamento stimolando aggressività e un aumento dei livelli di testosterone nel sangue. A livello cerebrale, inoltre, vi sarebbero grandi aree proprio dedicate al riconoscimento delle fragranze dell’ambiente.

La varietà africana, infine, mostrerebbe un fiuto più spiccato come conseguenza di un’adattamento evolutivo. Gli esemplari, così come numerosi studi han dimostrato, sono infatti capaci di riconoscere in modo innato due gruppi etnici del Kenya: i Masai, i quali infilzano gli elefanti con fiocine come rito di passaggio all’età adulta, e i Kamba, in convivenza pacifica con i pachidermi. È quindi probabile che gli odori abbiano aiutato nel tempo gli esemplari a sfuggire ai pericoli, non solo quelli insiti nella natura come frutta velenosa, ma anche a quelli provocati dall’uomo o dal contesto. Un fiuto talmente raffinato che, almeno a livello predittivo, potrebbe identificare dai 10.000 a un trilione di fragranze differenti.

23 luglio 2014
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