Gli studi scientifici per un’edilizia sempre più sostenibile stanno facendo davvero passi da gigante, sia in termini di analisi dei materiali che per quanto riguarda gli svariati utilizzi che le nuove tecnologie possono svolgere contemporaneamente.

Un nuovo tassello in questo senso è stato posto dalla Newcastle University (Regno Unito), con l’aiuto di esperti dalla UWE Bristol (University of the West of England), dall’Università di Trento, dallo Spanish National Research Council, dal Liquifer Systems Group di Vienna e da Explora.

La ricerca è stata portata avanti anche grazie ad un finanziamento nell’ambito del programma di ricerca e innovazione dell’Unione Europea “Horizon 2020“. È stata coordinata da Rachel Armstrong, professoressa di Architettura Sperimentale presso la Newcastle University. Con i colleghi la Armstrong ha dato vita al progetto LiAr (Living Architecture), che mette insieme architettura vivente, informatica e ingegneria da applicare per cambiare la nostra vita negli ambienti in cui viviamo a lavoriamo.

Questo perché i mattoni da loro ideati potrebbero contemporaneamente depurare le acque reflue, generare elettricità, recuperare fosfato e creare materiali per nuovi detergenti.

Tutto ciò grazie al biofilm di cui sono rivestiti. Vi sono inserite celle a combustibile microbico in cui risiedono microrganismi sintetici sviluppati dai ricercatori della UWE Bristol. Questi mattoni ricevono nutrimento dal sole, dall’aria e dalle acque di scarico, e insieme creano un sistema unico che si può definire “bioreattore”. Rachel Armstrong li ha paragonati ad uno “stomaco di mucca biomeccanico”:

Contiene diverse camere, ciascuno processa rifiuti organici per scopi diversi, ma nel complesso correlati, come un sistema digestivo per la vostra casa o il vostro ufficio.

Importante sarà la funzione svolta nel recupero del fosfato, minerale sempre più difficile da trovare in natura. Da qui si potrà partire per la produzione di nuovi detergenti.

A queste incredibili potenzialità si aggiunge l’ambizione della tecnologia che farà in modo che tutto ciò che avviene in queste “mura viventi” sia controllato digitalmente.

In tal modo le cellule che compongono la parete potranno sentire le condizioni dell’ambiente in cui si trovano e reagire di conseguenza nella maniera più efficiente possibile, per creare quelli che Andrew Adamatzky, direttore del Centro per l’Informatica non convenzionale all’UWE Bristol, responsabile per questa parte del progetto, ha definito “dei computer biologici.”

29 luglio 2016
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