Si torna a parlare di ebola e cani, questa volta fortunatamente non in relazione alla soppressione di un esemplare o al suo isolamento. Dopo i recenti casi dell’infermiera spagnola e della sua collega statunitense, dagli esiti opposti per gli amici a quattro zampe, il dibattito sul contagio animale divampa. E tra le polemiche e l’inutile allarmismo, gli esperti avverto: la cautela è un obbligo. Per quale motivo?

Come ormai già noto, le possibili infezioni dei cani entrati in contatto con pazienti positivi all’ebola hanno determinato risposte diverse. In Spagna le autorità hanno infatti soppresso un cane, negli Stati Uniti si è invece optato per una quarantena monitorata, per ottenerne informazioni preziose sull’infezione negli animali. Alcuni studi precedenti hanno svelato come gli amici a quattro zampe, pur presentando anticorpi segno di contagio, tendano a essere asintomatici. Ma l’assenza di sintomi è sinonimo di sicurezza? Al momento, non vi è accordo.

Uno dei pochi studi sull’ebola negli animali domestici proviene, come ormai si è citato diverse volte in questi giorni, da una ricerca condotta in Gabon nel biennio 2001-2002 e pubblicata poi nel 2005. Di oltre 300 cani analizzati ed entrati in contatto con pazienti, il 31% ha mostrato segni di contagio con la presenza di anticorpi specifici nel sangue. Gli esemplari, tuttavia, si sono mostrati in salute e privi di sintomi gravi. Ne è nato quindi un dibattito: Fido può essere veicolo di contagio per l’uomo, pur non manifestando sintomi?

Rispondere a questa domanda è difficile, così come sottolinea BetaWired, poiché non vi sono sufficienti evidenze. Si è visto in un precedente approfondimento come al momento non sia dato ancora sapere se la trasmissione tra cane e uomo sia fattibile, sebbene rimanga nel campo delle probabilità data la frequenza con cui si può entrare in contatto con un fluido corporeo infetto. Molti hanno però contestato una simile interpretazione cautelativa, basandosi proprio sull’assenza di sintomi, a loro avviso piena dimostrazione dell’innocuità del contatto con i quadrupedi. Eppure, liquidare così facilmente la questione non sarebbe corretto.

Il fatto che un animale sia asintomatico, dicono gli esperti, non vieta che sia portatore del virus. Allo stesso tempo, però, dallo studio del 2005 ai giorni nostri non è stata sufficientemente vagliata la possibilità che il virus sia presente nei fluidi corporei dell’animale: non a caso, proprio in Gabon non sarebbero stati rinvenuti campioni sospetti nella saliva o nei rifiuti fisiologici, nonostante la positività dalle analisi sul sangue. Così commenta Amesh Adalja, dell’Infectious Diseases Society of America:

Tutte queste sono domande di ricerca aperte. Non sappiamo quale ruolo giochi il virus in realtà nei cani. […] Con questa opportunità del cane di Dallas, spero che vengano raccolti campioni della saliva dell’animale, ad esempio, così come l’urina, le feci e il sangue, per scoprire come si comporti il virus. Dobbiamo utilizzare questa opportunità per la ricerca.

In definitiva, rispondere alle centinaia di domande emerse negli ultimi giorni – soprattutto sui social network – non è ancora possibile, per questo la cautela sarà l’arma migliore per contenere possibili conseguenze. Il tutto ricordando come la psicosi delle ultime settimane sia del tutto ingiustificata, poiché i casi rilevati di cani entrati in contatto con malati di ebola sono remotissimi. Allo stesso modo, non è nemmeno corretto fornire informazioni non verificate al solo scopo di rassicurare l’opinione pubblica: sostenere che i cani asintomatici non costituiscano un pericolo per l’uomo, così come alcune testate hanno riportato negli ultimi tempi, è un’interpretazione fin troppo frettolosa.

20 ottobre 2014
Fonte:
NBC
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I vostri commenti
Silvano Ghezzo, martedì 21 ottobre 2014 alle2:27 ha scritto: rispondi »

E' notorio che nella strategia di sopravvivenza genetica dei virus rientrano anche i relativi portatori sani, ovvero asintomatici, questo vale sia per gli uomini che per gli animali.

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