Andrea Rossi non teme la crisi. Lo sappiamo bene, lo ha ribadito tante volte, l’ultima di recente sul suo blog. Alla domanda, visto che la mancanza di fondi sta tagliando le gambe ai vari progetti basati sullo sviluppo di reattori a fusione fredda, se anche il suo lavoro fosse rallentato dalla mancanza di liquidità, la risposta è stata perentoria: “No!”.

L’idea di business che sorreggerebbe il progetto E-Cat (il condizionale è d’obbligo) è allo stesso tempo semplicissima e apparentemente ingenua: finanziamo il progetto coi soldi delle stesse vendite di reattori, perché crediamo nel nostro lavoro.

Leggi i tempi di attesa per l’E-Cat domestico previsti da Rossi

L’apologia del “self made man” e del duro lavoro che paga sorregge sempre le affermazioni di Rossi. “Credo nel mio lavoro” o “lavoro 18 ore al giorno” sono frasi sentite e stra-sentite. Nessuno, credo possa mettere in dubbio la semplice filosofia del lavoro che paga sempre.

La domanda è però: “chi paga l’enorme rete produttiva che Rossi ha più volte detto avere ormai messo su?”. Da quello che sappiamo solo un E-Cat è stato venduto e su altri ci sono solo accordi. Con un milione di euro in banca, un’ipoteca sulla casa e qualche piccolo finanziamento da non si sa chi (Rossi ha in passato detto di avere soci), quanto grande può essere un’azienda che starebbe lavorando per diventare un’impresa industriale di dimensioni mondiali?

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Se Rossi può davvero, come ha dichiarato in passato, iniziare a produrre migliaia di E-Cat al giorno, se davvero ce ne fosse la necessità, vorrebbe dire che i soldi investiti nella rete produttiva dovrebbero essere già tantissimi. Quanti clienti hanno già anticipato, allora, somme consistenti per un prodotto di cui manca la prova provata che funzioni? Misteri ai quali non osiamo nemmeno sperare che Rossi dia delle risposte in tempi brevi.

22 marzo 2013
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