Dormire troppo aumenta il rischio di malattie cardiovascolari

Chi dorme non piglia pesci, recita un noto proverbio. In realtà, oltre a una ridotta produttività, un periodo di sonno più lungo rispetto a quanto consigliato sembrerebbe legato a un aumento del rischio di patologie cardiovascolari, tra cui ictus e insufficienza cardiaca.

A mettere in correlazione l’eccesso abitudinario di sonno con l’insorgere di queste malattie è uno studio globale condotto da una squadra guidata da Chuangshi Wang, studente presso il McMaster and Peking Union Medical College in Cina. La ricerca, pubblicata nei giorni scorsi sull’European Hearth Journal, si basa sui dati raccolti in 21 paesi ed evidenzia anche un aumento del rischio di decesso di ben il 41%.

Va precisato in ogni caso che lo studio non chiarisce il rapporto causa-effetto, per cui non è detto che il troppo sonno sia la causa di quanto osservato, ma anzi è possibile che il dormire troppo sia uno degli effetti di scompensi e malattie cardiache già presenti nei soggetti presi in esame.

Gli individui che superavano le sei ore di sonno per notte (le ore di sonno consigliate vanno dalle sei alle otto ore) hanno messo in evidenza un incremento dei rischi cardiovascolari, mentre non si è notata la stessa tendenza in coloro che, dormendo meno nelle ore notturne, erano soliti fare un pisolino durante il giorno per compensare il sonno perso.

Anche dormire meno rispetto a quanto raccomandato potrebbe comportare dei pericoli per la salute, tanto che la ricerca stima un 9% di rischio in più per quanti dormono meno di sei ore nell’arco di un’intera giornata. In questo caso è stato evidenziato il pericolo di soffrire di patologie come l’aumento della pressione sanguigna, l’obesità e il diabete.

Nonostante lo studio abbia preso in considerazione un campione abbastanza ampio composto da 116.632 adulti tra i 35 anni e 70 anni, gli stessi ricercatori avvertono di non aver preso in considerazione diversi fattori di disturbo del riposo, tra cui l’insonnia, che potrebbero causare dei rischi non valutati nel rapporto appena pubblicato.

5 dicembre 2018
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