Il crollo di ben due dighe all’interno del bacino minerario di Fundão situato a Mariana, città del Minas Gerais vicino a Belo Horizonte, sta condizionando la vita della natura brasiliana e dell’Oceano Atlantico. La caduta, avvenuta quasi un mese fa, delle strutture costruite con i detriti della miniera stessa ha prodotto un disastro naturale senza pari. Un fiume di fango melmoso e tossico ha invaso le cittadine ai piedi della miniera stessa, per poi proseguire a passo constante verso il mare. La poltiglia contaminata si è quindi riversata nelle acqua del Rio Doce e nei relativi affluenti, devastando ogni sua forma di vita.

Come hanno confermato i ricercatori e i pescatori stessi, l’acqua è diventata arancione: i pesci morti galleggiano sulla superficie creando una coperta disarmante. Gli esemplari in fuga finisco morti o agonizzanti lungo la riva, mentre l’ecosistema della zona è definitivamente compromesso. La mancanza di un protocollo di emergenza da parte dell’azienda legata alla miniera ha permesso alla marea di fango di avanzare, passando dal Rio Carmo al Rio Doce. Ogni forma di vita spazzata via, tredici anche le morti tra i civili e undici ancora i dispersi. I soccorsi, giunti solo tramite elicottero vista la zona difficile, hanno cercato ti portare in salvo più uomini e animali possibili.

Ma non hanno potuto nulla contro la fanghiglia tossica che ha proseguito il suo cammino per circa 600 chilometri, raggiungendo così l’Oceano Atlantico. Le analisi condotte in 12 punti differenti del fiume hanno evidenziato un’alta concentrazione di metalli pesanti quali piombo, arsenico, rame, cromo, nichel, cadmio, manganese e ferro. La marea arancio si sta lentamente espandendo lungo le coste e gli esperti temono per le riserve naturali del luogo. Il risarcimento imposto alla società che gestisce la miniera non riuscirà comunque a ristabilire l’ecosistema perso, neppure l’economia del luogo legata alla pesca. I biologi credono che non potranno bastare 100 anni per smaltire questo disastro ambientale paragonabile solo a Fukushima.

1 dicembre 2015
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