Il quinto rapporto dell’IDMC (Internal Displacement Monitoring Centre), che è parte del Norwegian Refugee Council (NRC), organizzazione non governativa umanitaria indipendente, intitolato “Global Estimates 2014, People displaced by disaster”, parla di un numero esorbitante di persone sfollate nel 2013, a causa di disastri ambientali: ben 22 milioni, il triplo di quelle costrette a lasciare le proprie case e spesso il proprio Paese a causa delle guerre.

Questo sorprende visto che l’anno scorso il fenomeno delle guerre è stato davvero dilaniante per molti Paesi del mondo. Negli anni precedenti si erano rilevate cifre ancora più alte, che indicavano un effetto dei disastri creati dai cambiamenti climatici, superiore di 10 volte a quello dei conflitti.

Si parla di cifre che sono raddoppiate negli ultimi 40 anni, dal 1970 in poi e di grandi e piccole calamità, che sono strettamente connesse sia ai cambiamenti climatici, sia alla gestione del territorio attuata dall’uomo. Come ha detto il direttore dell’IDMC, Alfredo Zamudio:

La maggior parte dei disastri sono causati tanto dalla mano dell’uomo, quanto sono naturali. Una migliore pianificazione urbana, la protezione dalle inondazioni e norme in tema di edilizia potrebbero ridurre molto del loro impatto.

Si ricordano flagelli degli ultimi anni come il tifone Haiyan, che da solo ha creato 4,1 milioni di sfollati “ambientali”, un milione in più di quelli creati da Africa, Americhe, Europa e Oceania messi insieme. Le Filippine sono state colpite però anche dal tifone Trami e da un terremoto nella regione di Visayas, facendo raggiungere i 5,8 milioni di rifugiati in totale.

Il tifone Man-yi in Giappone, ha portato 260.000 persone a spostarsi in cerca di condizioni di vita più sicure, mentre lo stesso destino è toccato a 218.500 persone a causa del tornado che a maggio ha colpito l’Oklahoma.

In Niger, Ciad, Sudan e Sud Sudan, le inondazioni provocate da un’anomala stagione delle piogge hanno creato spostamenti notevoli delle popolazioni, in un territorio, vicino alla zona del Sahel, che soffre invece i danni della siccità. Uno degli aspetti più pericolosi è però il fatto che, secondo Jan Egeland, segretario del Norwegian Refugee Council:

I disastri naturali sono sottovalutati come flagello, che però sta colpendo decine di milioni di persone ogni anno.

La mobilitazione di mondo politico e corporations è ancora insufficiente. Manca inoltre una normativa, a livello italiano, ma anche europeo e internazionale, che tratti quelle che vengono definite “migrazioni forzate”, e che possa permettere di agire al fine della mitigazione e della tutela dei diritti fondamentali delle persone coinvolte.

Il Bangladesh è riuscito a mettere in atto sistemi di allarme efficienti che hanno aumentato i margini di sicurezza durante le tempeste, ma niente può impedire la distruzione provocata da eventi inaspettati della portata alla quale abbiamo assistito più volte nel 2013.

Nel frattempo le previsioni degli scienziati vanno verso un aumento di questi disastri e l’aumento della popolazione mondiale andrà a intensificare il problema. Anche attualmente, è concentrato nei Paesi più poveri e più densamente popolati del pianeta. Il rapporto dell’IDMC ha infatti rilevato come l’80% dei profughi contati negli ultimi 5 anni, vengono dall’Asia, dove i disastri si concentrano in particolare nelle megalopoli. Ha aggiunto Egeland:

Queste vaste aree urbane diventano trappole quando un disastro naturale le colpisce. Le persone sono stipate insieme e non c’è scampo. Vivono nel delta dei fiumi, vivono sulle spiagge a rischio di uragano, vivono lungo alvei che sono facilmente inondati, vivono dove ci sono scivoli di fango, e così via.

Anche l’ultimo Rapporto (il quinto) dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), riconosce il problema: nel secondo volume sono infatti stati dedicati dei capitoli alla Human Security (sicurezza delle popolazioni), ai Livelihoods and poverty (mezzi di sussistenza e povertà), e ai problemi relativi all’adattamento.

La speranza attuale è quella di portare queste tematiche alla ribalta del mondo politico internazionale, in modo che inizi una mobilitazione per fronteggiare il problema.

Punto di inizio potrebbe essere il Climate Summit 2014 che si terrà a New York il 23 settembre, nel quale il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon ha invitato i grandi leader mondiali, a livello governativo, ma anche dai settori della finanza, delle imprese e della società civile, per cercare ancora una volta di catalizzare l’attenzione sulle emergenze climatiche, che ora più che mai dimostrano di avere delle conseguenze, anche a livello umanitario.

18 settembre 2014
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