Ieri si è svolto a Torino il convegno “Verso il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi”, nell’ambito dell’assemblea annuale dell’ANCI. Siamo ormai a fine ottobre, ma la Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee (CNAPI), per la realizzazione di un deposito unico nazionale di concentrazione dei rifiuti radioattivi, che avrebbe dovuto essere pubblicata dai ministeri competenti già da tre mesi, ancora non si vede.

A gennaio la Sogin, la società che si occupa dello smantellamento delle centrali nucleari e della messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi in Italia, ha consegnato la CNAPI all’ISPRA. L’Istituto, dopo averla analizzata, ha inviato la sua valutazione ai ministeri competenti e lì la carta si è fermata.

Non c’è ancora stato dialogo con i territori, men che meno trasparenza secondo Legambiente, che ha partecipato al convegno. Si tratta di un’operazione con troppi ritardi: basti pensare che l’ISIN (Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione) è stato istituito, ma non è ancora operativo.

Tutto questo in un momento in cui anche i vertici della Sogin sono dominati dall’instabilità: è di oggi la notizia che il consiglio di amministrazione di Sogin ha revocato all’amministratore delegato Riccardo Casale le deleghe operative relative alla struttura organizzativa della società e alla gestione del personale.

I dirigenti hanno dato mandato al presidente, Giuseppe Zollino, di richiedere all’Autorità per l’energia, il gas e le risorse idriche una proroga per la presentazione del piano quadriennale 2016-2019 delle attività, prevista per fine ottobre. Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente, ha commentato così questo momento di transizione:

Siamo convinti che i troppi ritardi e la poca trasparenza che hanno caratterizzato fino ad ora questo lungo e complesso percorso, rischiano di far partire il tutto con il piede sbagliato. Per questo torniamo a ribadire l’urgenza di avviare un percorso trasparente, partecipato e condiviso che coinvolga i territori e le amministrazioni locali, ma che sia anche condotto e controllato da personalità di provata esperienza e competenza.

In Italia ci sono ancora 90 mila metri cubi di scorie radioattive. Di queste il 60% deriva da smantellamento delle centrali nucleari e il restante 40% dalle attività medico industriali, che continuano a produrre rifiuti.

Le scorie ad alta radioattività sono 15 mila metri cubi, ma queste dovrebbero essere concentrate, secondo l’associazione, come anche la normativa europea prevede possa essere fatto, presso un unico deposito europeo nel quale vengano rispettate tutte le regole di sicurezza del settore.

Attualmente invece queste scorie si trovano in un deposito “temporaneo” a Saluggia, in Provincia di Vercelli (Piemonte), presso il centro Eurex. Qui sono custoditi l’85% dei rifiuti radioattivi italiani, ma la sua collocazione sulle sponde della Dora Baltea, alla confluenza di questa con il Po, in una zona ad elevato rischio alluvionale e sopra il livello della falda acquifera, lo rende un impianto ad elevato rischio. Ecco perché bisogna decidere il prima possibile dove questi rifiuti debbano essere stoccati, nelle condizioni più idonee.

29 ottobre 2015
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I vostri commenti
Silvano Ghezzo, mercoledì 4 novembre 2015 alle2:04 ha scritto: rispondi »

Dalla "diatriba" in atto si evince che non sanno cosa fare , in quanto la materia è molto "scottante" e la classica soluzione è demandare la soluzione ad altri ( leggi Europa ) , dove però non esiste interesse alcuno a risolvere il nostro problema.

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