“Il dumping è contrario ai principi di sviluppo sostenibile, valore primario per qualsiasi organizzazione ambientalista”: risponde così Alessandro Cremonesi, presidente IFI, Industrie fotovoltaiche italiane, alla posizione pubblica presa dal WWF rispetto ai dazi sui prodotti cinesi. L’associazione ambientalista, infatti, ha dichiarato la sua contrarietà alle misure antidumping prese dalla Commissione europea. Proprio per questo, IFI, ha ritenuto imprescindibile inviare una lettera aperta all’associazione per rivendicare le motivazioni alla base della necessità delle nuove misure.

Il WWF, infatti, ha espresso una posizione chiara sulle misure antidumping: si tratterebbe di una scelta controproducente per tutti, in particolare per l’Europa. In un position paper, l’associazione ambientalista ha espresso appoggio alla mozione dei 18 paesi membri europei che chiedono di annullare la misura e tornare alle vecchie tariffe. Secondo il WWF i dazi imposti sui prodotti cinesi possono inficiare gli obiettivi UE per il 2020, mettono in pericolo troppi posti di lavoro e bloccano lo sviluppo di un settore strategico per il passaggio a un sistema più sostenibile a livello globale.

Secondo Cremonesi “è curioso come il WWF entri nel merito di una disputa commerciale tra Europa e Cina sul dumping fotovoltaico”. In condizioni di libero mercato, spiegano dall’IFI, nessun operatore dovrebbe consentire l’innalzamento di barriere all’ingresso per proteggere un proprio vantaggio competitivo: ma l’evidenza della scorrettezza cinese è stata provata anche dalla Commissione europea che, ha ravvisato un margine di dumping nella vendita dei pannelli cinesi in Europa dell’ordine medio dell’88%. Inoltre, spiegano nella lettera gli aderenti all’IFI, il valore primario di un sistema economico moderno dovrebbe essere contenuto nella sua capacità di svilupparsi in modo sostenibile: questo principio, dovrebbe assolvere ad almeno tre requisiti chiave, senza i quali non si può dichiarare tale.

Secondo l’IFI, dunque, i principi chiave della sostenibilità economica, sociale e ambientale, sono stati tutti disattesi a causa delle pratiche di dumping, a lungo portate avanti dalla Cina. In particolare, si legge nel comunicato, sulla sostenibilità economica i risultati sono evidenti: le pratiche scorrette hanno portato a una distruzione di valore, costringendo alla chiusura 60 industrie circa in tutta Europa. Ma il dumping ha messo in crisi anche molte aziende cinesi: la differenza con quelle europee e che queste hanno beneficiato di una rete di salvataggio governativo, che ha evitato loro il fallimento. Secondo punto violato dal dumping è, secondo l’IFI, quello della sostenibilità sociale: nessuna facilitazione per l’accesso al prodotto, ma molta più speculazione condotta da grandi gruppi finanziari e bancari.

Infine, la sostenibilità ambientale: l’IFI continua confutando dati diffusi da agenzie internazionali come la IEA. Secondo i dati forniti dall’IFI, infatti, produrre un kW di moduli fotovoltaici in Cina, comporta un utilizzo di energia da fonte fossile molto più significativa rispetto alla media di alcuni Paesi Europei. Per cui, produrre la stessa capacità in Europa ppermette di tagliare metà delle emissioni di CO2. Se si considera che la produzione cinese, nel 2012, è stata di circa 20 GW la stessa produzione fatta in Europa avrebbe evitato l’immissione in atmosfera di circa 25 milioni di tonnellate di CO2 in meno. Infine, l’IFI conclude con una proposta di collaborazione per il WWF: evitando inutili polemiche, bisognerebbe, secondo le imprese aderenti, lavorare di concerto per ristabilire l’equilibrio del settore e riparare così ai gravi danni provocati dalle pratiche scorrette di concorrenza cinese.

14 giugno 2013
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