L’IFI ribadisce il suo no all’accordo fra Europa e Cina sul prezzo minimo dei moduli fotovoltaici. L’associazione delle Industrie Fotovoltaiche Italiane ha spiegato come il prezzo fissato sia da considerare “inaccettabile”, anche in relazione ai cambiamenti che le stesse pratiche di dumping hanno provocato nel settore.

Grazie all’accordo raggiunto fra Cina ed Europa e appena pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Commissione Europea, oltre 90 aziende cinesi da oggi al 2015 dovranno impegnarsi a non scendere sotto i 56 centesimi di euro per Watt e a non superare complessivamente i 7 GW/anno di esportazioni. Secondo Alessandro Cremonesi, presidente IFI:

L’offerta di impegno avanzata dai cinesi è stata esaminata dalla Commissione in un contesto differente rispetto a quello del periodo dell’inchiesta, ed è quindi legata a un calo del livello di prezzo e di consumo sul mercato dell’Unione.

Le pratiche di dumping, infatti, hanno provocato una compressione dei margini di profitto per i produttori europei, cosa che, a sua volta, ha creato nuove condizioni sul mercato:

Non è accettabile che la Commissione non si sia resa conto che se c’è stato un calo nel livello di prezzi è proprio dovuto al fatto che l’industria europea per non chiudere le proprie fabbriche e mantenere al massimo il livello occupazionale abbia dovuto comprimere i propri margini fino a renderli prossimi allo zero, proprio per cercare di contrastare il dumping cinese e ritagliarsi quote di mercato da sopravvivenza.

Secondo l’IFI, la Commissione europea ha completamente ignorato il “fallimento di oltre 65 produttori di celle e moduli fotovoltaici in Europa e in Italia nell’ultimo anno e mezzo”, non prendendo in considerazione le reali esigenze dei produttori europei, ma ha semplicemente cercato di mettere un punto alla controversia, per chiudere una questione spinosa.

Il prezzo offerto dai cinesi e accettato dalla Commissione, pari a 57 eurocents per watt è quello che l’industria Europea sostiene come costo delle materie prime e costi diretti e indiretti per la produzione dei moduli.

A questo, secondo Cremonesi, si devono aggiungere una serie di costi aggiuntivi che fanno lievitare il costo totale di produzione del modulo a 67 centesimi di euro per watt, rendendo così l’accordo completamente inutile per gli europei. Anche il limite dei 7 GW, inoltre, sembra una misura poco influente. I volumi massimi, infatti:

Non tengono assolutamente in considerazione della compressione delle stime del mercato europeo, previste per i prossimi anni in forte calo a causa della sopraggiunta eliminazione di meccanismi incentivanti e l’instabilità di politica di supporto alle rinnovabili dimostrati da numerosi paesi dell’est europeo. Con un valore massimo di esportazione consentito ai cinesi di 7 GW si finisce per offrire in mano ai cinesi il 100% del mercato europeo.

L’IFI, infine, ha precisato di voler continuare nel contrasto all’accordo, sostenendo l’azione di Eu Pro Sun, che ha già annunciato un ricorso da presentare alla Corte di Giustizia europea, per accertare “eventuali responsabilità della Commissione a discapito delle nostre industrie”.

5 agosto 2013
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