Stop ai dazi antidumping sui pannelli cinesi. La sola war tra Europa e Cina, che aveva portato il Vecchio Continente a imporre dei dazi provvisori, si conclude con un accordo sul prezzo minimo dei pannelli solari esportati dai cinesi: è quanto ha annunciato il commissario UE al Commercio Karel De Gucht, senza specificare i dettagli dell’accordo raggiunto. Le indiscrezioni di stampa parlano di un prezzo compreso fra i 56 e i 57 centesimi per watt.

Il compromesso prevede che la Cina possa esportare, verso l’Europa, fino a 7 GW di prodotti all’anno, con un prezzo minimo di 56 centesimi per watt. Secondo quanto riporta il Financial Times, l’accordo firmato con 90 produttori cinesi, dovrebbe durare fino alla fine del 2015.

Il commissario De Gucht ha parlato di “accordo amichevole” che “deve rimuovere i pregiudizi derivante dal dumping”, spiegando:

Siamo fiduciosi che, grazie a questo accordo sui prezzi, il mercato europeo del solare si stabilizzerà e rimuoverà i danni che le pratiche di dumping hanno causato all’industria europea. Abbiamo trovato una soluzione amichevole che porterà i pannelli a un prezzo sostenibile e si tradurrà in un nuovo equilibrio sul mercato europeo.

Ma l’accordo non viene salutato con favore da Eu ProSun, che per bocca del suo presidente, Milan Nitzschke, va all’attacco con durezza:

L’accordo tra la Commissione Europea e la Cina è contrario sotto ogni aspetto alla legge europea. L’accordo minaccia l’esistenza dell’industria solare europea che ha già perso 15.000 posti di lavoro a causa del dumping cinese e degli aiuti di stato illegali forniti dal governo di Pechino, e ora rischia di portare al fallimento i produttori rimasti in Europa.

Anche dall’Italia arrivano critiche all’accordo, in particolare dall’IFI, la sigla che raccoglie le Industrie Fotovoltaiche Italiane. Secondo l’IFI:

Il raggiungimento dell’accordo non è di per sé né un fatto positivo, né negativo. Deve conseguire un solo unico obiettivo: rimuovere il pregiudizio e il danno provocato dal Dumping Cinese. Ma deve anche rimuovere le cause che lo hanno generato, come i sussidi illegali alle imprese produttrici.

L’associazione punta il dito contro la Commissione europea, rea di essere uscita dai binari della valutazione tecnica del problema, cedendo a pressioni politiche fatte da alcuni Paesi come la Germania, impauriti dalle possibili ritorsioni cinesi:

Paesi interessati più a mettere a posto la propria posizione di bilancia commerciale nei confronti della Cina, piuttosto che difendere un principio sacrosanto del diritto, internazionale e comunitario.

Per l’IFI, “nessun livello di pregiudizio può essere rimosso”, a causa delle condizioni del mercato e dell’accordo: inoltre, il presunto controllo dell’Europa sulle condizioni delle importazioni cinesi non viene svolto in modo corretto:

Negli ultimi mesi abbiamo raccolto evidenze delle più svariate pratiche elusive del dazio da parte dei cinesi, dalla contraffazione dei documenti di trasporto, alla possibilità di applicare prezzi inferiori cui far seguire fatture al cliente per somministrazione di servizi diversi, possibilità di emettere note di credito al cliente che andrebbero ad abbassare il prezzo minimo imposto dalla Commissione.

Resta da vedere come i produttori europei decideranno di reagire alle nuove norme che, secondo chi si è mosso contro la Cina nei mesi scorsi, non solo non risolverebbero nulla, ma aggraverebbero la situazione sul mercato europeo. L’IFI conclude così il giudizio sulle mosse della Commissione europea:

Da oggi, ogni Paese “forte” che intenderà operare commercialmente in Europa saprà che c’è un Europa negozialmente più debole, che accetterà anche compromessi in aperta violazione delle proprie norme, principi, regolamenti.

29 luglio 2013
In questa pagina si parla di:
Fonte:
Lascia un commento