Mentre il fotovoltaico è in piena crisi, continuano a uscire report che ne prevedono il futuro da qui ai prossimi anni. L’ultimo è di Lux Research, è dedicato alla catena produttiva del solare, e ha un titolo decisamente significativo: “Turning Lemons into Lemonade: Opportunities in the Turbulent Photovoltaic Equipment Market”.

Come trasformare i limoni, che valgono poco o niente, nella più vendibile e costosa limonata? Per Lux Research la risposta sta nella capacità di rinnovare le linee produttive differenziandosi dai concorrenti: solo chi riuscirà a farlo, spiega l’analista di Lux Fatima Toor, alla fine sopravviverà. La Toor, per questo, mette a confronto tecnologie, materiali e processi produttivi con i quali oggi si fanno wafer e celle fotovoltaiche e ipotizza per ognuna di essi una possibile linea di sviluppo.

I lingotti di silicio “quasi monocristallino” (pc-Si), ad esempio, hanno grosse probabilità di crescere nel mercato perché possono portare grandi benefici ai produttori con minimi cambiamenti alla catena di produzione. Permettono, ad esempio, di creare celle fotovoltaiche perfettamente quadrate e non con gli angoli smussati, come la maggior parte delle altre tecnologie. Questo porta una riduzione del costo dei wafer del 40%, perché non ci sono sprechi di materiale.

Anche le tecnologie CIGS e CdTe a film sottile possono ridurre i costi di produzione, aumentando allo stesso tempo l’efficienza. I moduli CIGS, però, hanno un grosso problema: necessitano di grossi investimenti nell’automatizzazione del processo produttivo ma se le attrezzature saranno prodotte in serie i costi scenderanno.

Poi ci sono le celle prodotte con materiali alternativi, come le CZTS (copper zinc tin sulfide: solfuro di stagno, rame e zinco), le GaAs (gallium arsenide: arseniuro di gallio) e quelle al silicio epitassiale. Queste tre opzioni mescolano pro e contro: parte delle attrezzature necessarie a produrle sono già standard e parte necessitano delle innovazioni.

I lingotti del classico silicio monocristallino (c-Si) possono avere un maggiore successo con l’utilizzo del “processo Czochralski”, tecnica nota dagli anni ’50, ma ancora poco diffusa nel settore fotovoltaico. La sua applicazione potrebbe migliorare costi ed efficienza insieme ma al momento è la tecnica stessa a essere troppo costosa da implementare.

Al di fuori degli scenari sui processi produttivi e sulle varie tecnologie, poi, il rapporto di Lux Research si occupa anche della “questione geografica”: dove verrà prodotto il fotovoltaico nei prossimi anni. Oggi la Germania è ancora leader, con la metà dei 10 big del settore che hanno un quartier generale in terra tedesca, seguita dall’Asia (Cina in testa) e dagli Stati Uniti. Ma in futuro potrebbe non esser più così.

Secondo la Toor la produzione tedesca di macchinari e attrezzature per il fotovoltaico inizierà a diminuire (cosa che, a dire il vero, si nota già da almeno un anno) perché in altri paesi si produce con costi minori:

Con le compagnie cinesi che offrono attrezzature a costi inferiori, la chiave per le aziende tedesche sarà concentrarsi sull’innovazione più che competere sui bassi prezzi, così potranno differenziare la propria offerta.

Discorso molto simile anche per l’Europa che, sempre secondo la ricerca di Lux, farà la parte del leone nella produzione di apparecchiature sempre più specializzate mentre l’Asia si dedicherà a prodotti e lavorazioni meno impegnativi e più generici, come la produzione dei lingotti di polysilicon, la chimica, le saldature e la lavorazione dei vetri.

Infine, il rapporto di Lux Research elenca gli attuali top player del mercato delle attrezzature per fotovoltaico: Applied Materials (USA), GT Advanced Technologies (USA), NPC Incorporated (Giappone), ULVAC (Giappone), Meyer Burger/Roth & Rau (Svizzera/Germania), Schmid (Germania), RENA (Germania), Manz (Germania), Centrotherm (Germania), CETC-48 (Cina).

30 ottobre 2012
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