In questi giorni di gelo, nel nostro Paese si torna a parlare di Russia e di gas. Mentre in Salento monta la protesta contro uno nuovo gasdotto che dovrebbe rifornire il nostro Paese dal Mar Caspio fino in Puglia attraversando l’Adriatico, il presente è fatto di timori e paure. La dipendenza dell’Italia dal gas russo è un fatto difficilmente negabile.

Fatto che si somma, curiosamente, con l’ipotesi di liberalizzare l’ENI – nonostante si possa dire che proprio la mancanza di serbatoi di Stato sia una delle cause dei nostri problemi – che potrebbe venire affrettata proprio dalla crisi odierna. L’analisi economico-politica però trascende i limiti propri del nostro lavoro. Non possiamo, comunque, ignorare le dichiarazioni in merito di Antonio Tajani, vicepresidente della Commissione europea e responsabile per la politica industriale.

Fedele alle politiche del precedente Governo – ricordiamo come Tajani sia stato un prezioso alleato di Berlusconi fin dall’inizio della storia politica di quest’ultimo -, egli ha riportato il dibattito sulla, a suo dire, sciagurata decisione presa il 12 e il 13 giugno dagli italiani. Sì, perché l’Italia starebbe pagando la mancanza di centrali nucleari, che la renderebbero meno dipendente dal gas di Putin:

Sul problema dell’approvvigionamento del gas all’Italia bisogna dire la verità senza fare dell’allarmismo, ma mi sembra che ora sulla scelta del nucleare una riflessione vada fatta. L’incidente alla centrale di Chernobyl fu la fine del comunismo e il disastro alla centrale atomica di Fukushima in Giappone è stato più un problema legato allo tsunami. La Commissione europea è neutrale rispetto alla scelta nucleare, questa è una scelta che spetta ai governi ma forse il dibattito sul nucleare è stato chiuso troppo in fretta.

Va certamente ricordato come, anche senza referendum, difficilmente il nostro Paese si sarebbe dotato di una centrale funzionante prima di 15-20 anni. a ogni modo, Tajani apre anche a soluzioni più “green”, arrivando a citare Jeremy Rifkin:

Servono liberalizzazioni, separazioni tra chi vende e chi deve distribuire (come avvenuto in passato tra Terna ed Enel ad esempio) e preparare un terza rivoluzione industriale di cui parla l’economista americano Jeremy Rifkin, aprirsi cioè alla Green Economy: questa è la vera chiave per l’innovazione.

Sulle liberalizzazioni, come detto, non tocca a noi parlare. Ma per tornare al tema nucleare, ci sembra interessante tenere conto dell’analisi pubblicata dalla blogger Deborah Billi. Infatti, una delle situazioni più curiose che stiamo vivendo in questi giorni è l’affanno energetico della Francia.

Nonostante 58 reattori nucleari sul proprio territorio, oltralpe l’energia sembra non bastare mai. Sarà che lì il clima è anche più rigido che da noi, ma è innegabile che i conti non tornino. Probabilmente, come nota la Billi, sarà colpa del cosiddetto paradosso di Jevons: più energia produci, più è l’energia di cui hai bisogno. I francesi, sarà anche per le bollette basse che si ritrovano, ma non sembrano in grado di entrare nell’ottica del risparmio energetico.

E questa cosa, più che essere una simpatica contraddizione, è la prova di come si renda necessario pensare il progresso nei prossimi anni superando quel dogma che da troppo tempo ci accompagna: quello della crescita. Il futuro energetico dell’Europa passa anche dal riuscire a contenere i consumi.

8 febbraio 2012
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I vostri commenti
Enzo R., mercoledì 8 febbraio 2012 alle20:07 ha scritto: rispondi »

Apprezzo la nota di chiusura del post, poiché è vero che più si ha a disposizione una risorsa (non solo energetica) più la si utilizza male perché la si spreca, ignorandone il valore (al di là del costo).  Per obiettività, va detto che l'affanno francese è minore del nostro, per entità e costi. In ogni caso, è assolutamente vero che il risparmio energetico (la cosidetta fonte virtuale di energia) è un fattore determinante per qualsiasi Paese che progetti il suo futuro in modo attendibile e sostenibile.

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