Cosa pensa della Cop 21 di Parigi? «Non ci sono andato. La ritenevo inutile – mi dice secco l’ecologista storico Gunter Pauli, inventore della Blue Economy e protagonista della Cop 3 del 1997 a Kyoto, quella del Protocollo – Il sistema delle negoziazioni è superato, inutile, oggi serve un approccio dal basso, che coinvolga i cittadini al di la della politica».

Questo il giudizio netto dell’ecologista/imprenditore che lascia poco spazio alla rappresentazione narrativa messa in atto dalla politica internazionale che ha giudicato “un successo”, la firma dell’accordo che ha ricevuto ovazioni e critiche a seconda del punto di vista. Il primo punto di vista è quello diplomatico e sotto a questo profilo l’accordo è stato un successo. Fissare un livello all’aumento della temperatura, 2°C al 2100, e farlo firmare a 195 stati, tutto il Mondo, ha rappresentato di sicuro il raggiungimento di un obiettivo simbolico, ma oltre all’aspetto diplomatico di concreto c’è ben poco. E la dinamica dell’accordo la dice lunga su come siano andate le cose.

Per la prima volta è stata invertita la logica delle Cop, ossia si è data più importanza al consenso che alla scienza. Gli stati, infatti, si sono presentati con dei propri obiettivi di riduzione che sono stati in gran parte determinati su basi economiche e politiche al punto che varie analisi affermano che se applicate, queste riduzioni ci porterebbero tra i 2,7°C e i 3,3°C nel 2100. Altro che 2°C tendenti agli 1,5°C valore quest’ultimo inserito come obiettivo “ottimale” per accontentare all’ultimo momento le nazioni insulari e come marketing climatico. Ipotesi quest’ultima che, guarda caso, è stata ripresa immediatamente da Shell che ha detto: «L’obbiettivo di 1,5°C è ottimo. Per realizzarlo serve il CCS». Tradotto: continuiamo a bruciare fossili e la CO2 la rimettiamo sotto terra con la stessa tecnologia che possediamo.

Del resto con l’avvicendarsi delle bozze, durante i giorni della Cop il linguaggio diventava sempre più sfumato e i dati si perdevano. Come è successo con le due forchette che indicavano la percentuale di riduzione al 2050 delle emissioni di gas serra, 40 –70% oppure 70–95%, cosa che avrebbe imposto una reale decarbonizzazione che al contrario non è stata proprio presa in considerazione visto che il documento finale cita spesso i “sink” ossia i pozzi nei quali “sequestrare” la CO2, ossia le foreste, metodo che però è abbastanza approssimativo sul fronte delle certezze circa la quantità.

E che l’accordo non abbia voluto prendere posizione in maniera netta è chiaro anche dal fatto che petrolio, carbone e gas, non siano citati nemmeno una volta, così come l’unico riferimento alle rinnovabili sia in un passaggio marginale sull’accesso all’energia in Africa. E così anche la determinazione di quando raggiungere il picco delle emissioni di CO2 diventa vago e dovrà essere raggiunto “as soon as possible”, ossia al più presto possibile. E se si ritarderà pazienza. Così ora si spiega il fatto che alcuni mesi fa la Cina abbia deciso di raggiungere il picco delle emissioni nel 2030, mentre nei prossimi quindici anni continuerà a emetterla crescendo la CO2.

Questo in estrema sintesi il quadro dell’accordo che ha avuto reazioni concrete, contrastanti. La Germania, per esempio, ha annunciato una rapida fuoriuscita dall’utilizzo del carbone, mentre l’India ha affermato l’opposto. Ossia che continuerà a realizzare centrali a carbone perché non ha alternative. La Gran Bretagna, pochi giorni prima di Cop 21 aveva annunciato che la propria strategia per la decarbonizzazione sarà fatta di gas naturale e nucleare, mentre gli Usa proseguiranno nella decisione presa qualche mese fa di ridurre del 30% le emissioni al 2030, ma sulla base di quelle del 2005. Già perché se si prendessero come base quelle utilizzate dalle nazioni Unite del 1990 gli Stati Uniti si ritroverebbero con un bel 4% in più al 2030.

E se poi una nazione non riuscisse/volesse rispettare il limite d’emissione che si è data cosa succederebbe? Alla tornata di controllo che avviene ogni cinque anni, e la prima è tra otto anni nel 2023, gli si tirerebbero le orecchie e nulla più. Già perché anche il non rispetto dei limiti autoimposti delle proprie emissioni, pur essendo vincolante, non prevede sanzioni. Sanzioni che a livello internazionale si vorrebbero applicare con la clausola di salvaguardia degli investimenti del TTIP a chi viola gli accordi del commercio, ma che evidentemente alla politica internazionale sono sembrati eccessivi da imporre a chi fa bollire il Pianeta. Per Cop 21 quindi non si tratta di vedere se il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto, ma se esiste questo bicchiere.

16 dicembre 2015
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