Approvato il nuovo accordo sul clima durante la COP21 di Parigi. I governanti mondiali riuniti in Francia hanno dato vita al documento che dovrà delineare il quadro generale d’azione nella lotta ai cambiamenti climatici. Un’importante base su cui costruire il futuro del Pianeta secondo il WWF, che chiede però a stretto giro un maggiore impegno da parte di tutti i Paesi al fine di rendere davvero efficaci e concrete le contromisure da adottare contro il riscaldamento globale.

L’accordo sul clima sottoscritto al termine della COP21 di Parigi ha ricevuto il commento fortemente critico da parte di Greenpeace, secondo la quale il testo sarebbe insufficiente e conterrebbe al suo interno “un’intrinseca e radicata ingiustizia” ai danni delle popolazioni più povere e colpite dai cambiamenti climatici.

Critiche anche da parte di Legambiente, il cui commento somiglia ad una sorta di “approvazione con riserva”. Anche perché secondo le associazioni ambientaliste, qui si entra nel vivo dell’accordo, quanto stabilito a Parigi non permetterà per il momento di raggiungere il traguardo di 1,5 gradi di aumento della temperatura globale e neppure il precedente limite di 2 gradi.

Tuttavia, secondo quanto riportato nell’articolo 2 del documento il contenimento del riscaldamento globale entro tale limite è stato confermato come obiettivo irrinunciabile dai governanti mondiali. I capi di Stato hanno sottoscritto anche un impegno affinché vengano profusi sforzi affinché si resti al di sotto della soglia di 1,5 gradi rispetto all’epoca pre-industriale.

Nell’articolo 3 viene assicurato l’impegno ad anticipare quanto più possibile il raggiungimento del “picco” delle emissioni di gas serra, accelerando da quel momento in poi al fine di giungere a “un equilibrio tra le emissioni da attività umane e le rimozioni di gas serra nella seconda metà di questo secolo”.

Articolo 4 che tratta degli impegni delle diverse parti, chiamate a “preparare, comunicare e mantenere” impegni a livello nazionale con revisioni regolari che spostino più in alto, in maniera ambiziosa, l’asticella degli obiettivi. Chi ha assunto impegni fino al 2025 dovrà comunicare entro il 2020, secondo quanto stabilito dai paragrafi 23 e 24, i suoi nuovi traguardi. Da lì in poi questi ultimi dovranno essere riformulati ogni 5 anni, così come quinquennale sarà la verifica in merito all’applicazione degli impegni (primo controllo previsto per il 2023).

Fondi per i Paesi maggiormente a rischio al centro dell’articolo 8, nel quale vengono destinate risorse per far fronte a quei “cambiamenti irreversibili” per i quali non è possibile adottare una strategia di adattamento. Si basa su quanto previsto dalla COP19 di Varsavia. Pur riconoscendo l’importanza di adottare interventi al fine di “incrementare la comprensione, l’azione e il supporto”, il paragrafo 115 sottolinea l’impossibilità di utilizzare tale provvedimento quale “base per alcuna responsabilità giuridica o compensazione”.

Fa riferimento ai fondi per l’adattamento, che i Paesi sviluppati dovranno corrispondere a quelli in via di sviluppo, l’articolo 9, da attuare “in continuazione dei loro obblighi attuali”. Nel paragrafo 115 è poi aggiunta una sollecitazione ai primi affinché stabiliscano “una roadmap concreta per raggiungere l’obiettivo di fornire insieme 100 miliardi di dollari l’anno da qui al 2020″ e si impegnino ad aumentare in maniera significativa tale cifra.

L’articolo 13 si rivolge agli Stati affinché stabiliscano un clima di “fiducia reciproca”. A questo proprosito si farà affidamento su “un sistema di trasparenza ampliato, con elementi di flessibilità che tengano conto delle diverse capacità”.

14 dicembre 2015
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