Pochi giorni all’avvio dei lavori della COP21 di Parigi. L’ultima chiamata per il clima, come è stata definita dal ministro dell’Ambiente Galletti, un’occasione da non perdere secondo associazioni ambientaliste e istituzioni. Dell’avanzamento delle trattative e del percorso verso una svolta nella lotta ai cambiamenti climatici si è discusso oggi presso la Sala Conferenze di ENEA, Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile.

I lavori del convegno si sono aperti con la presentazione di un documento, redatto dai giovani del Liceo Avogadro di Roma, intitolato simbolicamente “Carta Teen4Change”. Nel documento i ragazzi esprimono le loro esperienze e aspettative, maturate durante un percorso guidato da Massimo Caminiti e Maria Velardi, in tre grandi macro-aree legate ai cambiamenti climatici: aspetti scientifici; come contrastare i cambiamenti climatici; gli aspetti istituzionali.

La parola è poi passata a Francesco La Camera, direttore generale per lo sviluppo sostenibile, il clima e l’energia del Ministero dell’Ambiente, che sottolineato le difficoltà della vigilia riguardo il testo da licenziare durante i lavori di Parigi oltre al sostanziale cambiamento di atteggiamento, da parte dell’Unione Europea, in relazione ai rapporti con gli altri Paesi coinvolti:

L’Italia e l’Unione Europea hanno già mostrato di raccogliere le preoccupazioni di cui voi oggi siete testimoni. La posizione europea è stata concordata in sede UE durante il semestre di presidenza italiana e gli obiettivi sono quelli più importanti rispetto agli altri Paesi del globo. Si tratterà in sede di negoziato di arrivare da un testo attuale di circa 50 pagine a 5-6 finali. La trasformazione del testo si intreccerà con le diverse sensibilità politiche e comporterà notevole impegno e difficoltà.

In occasione delle passate COP, soprattutto per quanto riguarda Copenhagen, l’UE si è presentata con le carte in regola, come la maestrina che va a insegnare agli altri. Questo ci ha portato molto spesso fuori dal negoziato, in quanto si è approfittato della posizione dell’Unione Euopea e della sua impossibilità di dire no a un accordo. Fortunatamente abbiamo cambiato rotta e stiamo lavorando con gli altri per costruire quelle alleanze che permettano un testo più ambizioso.

L’intervento è poi proseguito con la valutazione dei tre principali temi intorno a cui ruoteranno i negoziati di Parigi: mitigazione, adattamento e compensazione economica dei danni. Come ha spiegato La Camera:

Mitigazione

L’obiettivo di ridurre le emissione di CO2 anno per anno inquadrato all’interno della Convenzione quadro e del Protocollo di Kyoto risultava solo a carico dei Paesi sviluppati, mentre agli altri si riconosceva la possibilità di incrementare le emissioni per poter crescere economicamente. La copertura totale delle emissioni all’interno del Protocollo di Kyoto dà come risultato oggi che solo il 12-13% è coperto da un accordo giuridicamente vincolante, del quale l’UE è responsabile per l’8-9%. Difficile fare una politica globale quando sono soggette a legge solo il 12% delle emissioni. Da Parigi usciranno vincoli per tutti i Paesi del mondo, ma questo non annullerà però le differenze tra Paesi sviluppati e in via di sviluppo: si applicherà un principio espresso attraverso la formula “secondo le circostanze nazionali”, un principio che guida tutto il blocco della mitigazione.

Risultano così compresi tutti i Paesi, ma esiste la possibilità che alcuni Paesi “meno corazzati economicamente” possano dire “Io mi impegno, ma ho bisogno di un certo supporto”. Uno dei Paesi di maggiore peso in questo senso è l’India, che potrebbe essere tra i Paesi che daranno maggiori difficoltà durante i negoziati. Altro aspetto è che questi contributi sono volontari, non c’è una struttura giuridica come il Protocollo di Kyoto che prevede una punizione in caso di mancato rispetto degli impegni: ognuno si impegna per quanto ritiene di potersi impegnare, sarà quindi importante il pilastro della fiducia.

Adattamento

Gli impatti dei cambiamenti climatici sono già in atto. Alcuni Paesi hanno avvertono già questo impatto, alcune popolazioni hanno già dovuto lasciare i propri luoghi, in 20-30 anni i migranti climatici dovrebbero essere 250 milioni.

L’approfondimento scientifico ci porta a capire che l’obiettivo dei 2 gradi magari è un obiettivo non sufficiente per tutelare ampie fasce della popolazione. Vi sono aree come il Mediterraneo e l’Artico in cui l’incremento delle temperature medie è superiore alla media globale. Chi deve adattarsi in generale sono i Paesi più poveri, quindi l’aiuto dovrà essere più sostanzioso.

Compensazione dei danni

Alcuni Paesi vogliono essere ripagati per i danni subiti. Si tratta di un’altra tematica importante, sia per la difficoltà di accettare la responsabilità soggettiva per quanto è successo, sia per la necessità di intervento. Esistono in questo caso strumenti che possono tuttavia essere utilizzati per raggiungere questi obiettivi: trasferimento economico, trasferimento tecnologico e di “capacity building”.

La Camera ha poi parlato, in seguito ad alcune domande poste al termine della relazione, in merito alla possibile applicazione nella lotta ai cambiamenti climatici della discussa “carbon tax” e alla presenza di incentivi alle fonti fossili nella Legge di Stabilità:

La carbon tax è uno strumento di mercato, consente ai prezzi che si stabiliscono sul mercato di adeguarsi all’inquinamento generato, chi inquina di più deve pagare costi più alti rendendo i loro prodotti meno convenienti sul mercato. Sconta l’idea di fondo che il mercato è l’ambito in cui devono risolti il grosso dei problemi. Può essere utile, ma deve essere accompagnata da una serie di misure. Non è cruciale, se togliessimo i sussidi al carbonio si otterrebbe lo stesso effetto. Serve combinare le misure affinché il mix di azioni assicuri il benessere maggiore per la società.

Nella Legge di Stabilità permangono incentivi perversi per 5 miliardi di euro annui. Nessuna accelerazione o nuovi provvedimenti, ma il permanere delle misure precedenti. Occorre eliminare i sussidi alle fonti inquinanti, in maniera progressiva, un tentativo che spero possa trovare spazio nel nostro Paese. Non annullando tali sussidi, ma dirottandoli verso altri settori.

Tornando in chiusura sui prossimi negoziati in vista della COP21 di Parigi, Francesco La Camera ha sottolineato come le principali difficoltà saranno ancora una volta legate, seppure per motivazioni differenti rispetto agli anni scorsi, alla necessità per gli accordi di essere “vincolanti” per i Paesi:

Gli Stati Uniti hanno compiuto un cambiamento netto, tanto che ora si trovano tra le “driving force” su posizioni vicine a quella europea. Il problema è che ora gli USA non hanno un governo in grado di presentare un accordo al Congresso che sia legalmente vincolante. Cina e India sono poi le grandi incognite della COP21, mentre maggiore positività c’è intorno alla posizione del Brasile.

L’accordo avrà l’ambizione di durare per sempre, non con scadenza al 2025 o al 2030 come alcuni Paesi avevano manifestato di volere. L’accordo non potrà tuttavia essere legalmente vincolante, gli impegni che prendono i Paesi saranno su base volontaria. Quello che vogliamo è però un meccanismo forte di monitoraggio, revisione e valutazione. Abbiamo lavorato per introdurre l’idea di MRV (Monitoring, Reporting and Verification), che consenta di tenere sotto controllo l’applicazione dell’accordo su base quinquennale e consenta di farlo durare senza limiti.

C’è necessità di stare entro una certa traiettoria di contenimento delle temperature. Oggi andremmo su una fascia compresa tra 3 e 4,5 gradi di aumento, questi impegni consentirebbero alla comunità di raggiungere a fine secolo un aumento massimo di 2,7 gradi. Non è un fallimento il non centrare i 2 gradi, purché si raggiunga un accordo che consenta di monitorare la traiettoria e permettere eventuali correzioni future da parte dei Paesi.

25 novembre 2015
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