Per contenere il riscaldamento globale entro la soglia dei 2°C entro il 2100, le emissioni di gas serra del settore agricolo (C02 esclusa) dovranno essere ridotte di una gigatonnellata all’anno a partire dal 2030. La stima è stata effettuata dai ricercatori dell’Università del Vermont, che lanciano l’allarme sul rischio di fallimento dell’accordo sul clima siglato alla COP21 di Parigi.

L’analisi rivela che gli interventi di riduzione delle emissioni programmati finora nel settore agricolo riusciranno a soddisfare appena il 21-40% della quota necessaria. Gli autori avvertono che gli sforzi compiuti dai governi per abbattere l’impatto ambientale dei trasporti, dell’industria e del settore energetico non sono sufficienti a mitigare i cambiamenti climatici.

Lini Wollenberg, tra gli autori principali dello studio, ha spiegato che la volontà dei Paesi di ridurre le emissioni di gas serra dell’agricoltura oggi non è accompagnata da una strategia adeguata, in grado di offrire soluzioni pratiche e attirare investimenti.

L’agricoltura è responsabile del 35% delle emissioni prodotte nei Paesi sviluppati e del 12% delle emissioni generate nelle nazioni in via di sviluppo. Nei prossimi anni l’incremento demografico e il boom economico attesi nei Paesi in via di sviluppo faranno lievitare ulteriormente il fabbisogno alimentare, mettendo a rischio il raggiungimento dei target climatici nel settore agricolo.

Il professor Pete Smith, co-autore dello studio, è convinto che la sfida possa essere vinta parzialmente con le tecnologie già disponibili sul mercato, incentivando l’adozione di pratiche di coltivazione sostenibili. Smith propone di incrementare gli allevamenti a basso impatto; utilizzare tecnologie irrigue a risparmio idrico; incentivare il sequestro della CO2; aumentare le tasse sul carbonio.

Gli scienziati contano anche sullo sviluppo di tecnologie più efficienti e nuovi metodi di allevamento e coltivazione a basso impatto. Tra i più promettenti figurano gli inibitori di metano, in grado di ridurre del 30% le emissioni delle mucche da latte; specie bovine che producono meno metano; varietà di cereali che rilasciano meno ossido di azoto. La filiera agroalimentare dal suo canto è chiamata a ridurre gli sprechi dal campo alla tavola. I governi dovranno incentivare l’adozione di diete più sostenibili per l’ambiente.

Lo studio dell’Università del Vermont arriva in contemporanea alla pubblicazione di un report che identifica l’agricoltura come la prima causa singola di inquinamento atmosferico in Europa. L’analisi, condotta dall’Earth Institute della Columbia University, ha rivelato che i composti azotati utilizzati per fertilizzare il terreno e le emissioni di ammoniaca degli allevamenti vanno a sommarsi alle sostanze inquinanti prodotte dalle industrie.

Un mix letale: il particolato penetra nei polmoni, causando problemi respiratori e cardiaci. Ridurre l’impiego di fertilizzanti azotati secondo gli esperti è una strada poco praticabile, perché si tratta di nutrienti fondamentali per garantire una buona resa delle colture. I governi devono concentrarsi sulla riduzione delle emissioni delle auto diesel e delle centrali fossili per ridurre la formazione delle polveri sottili.

18 maggio 2016
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I vostri commenti
Silvano Ghezzo, venerdì 20 maggio 2016 alle19:49 ha scritto: rispondi »

Ennesima dimostrazione che aumento demografico e inquinamento ambientale sono direttamente proporzionali.

Walter Santoro, venerdì 20 maggio 2016 alle9:21 ha scritto: rispondi »

Perché non ci preoccupiamo delle continue ed in aumento emissioni di CO2, TEP, NOx, SO2 che emettono i 10milioni di pali luce diminuendole del 50% con innovazioni tecnologiche?

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