Sono cominciati in Francia i negoziati per la COP21 di Parigi. Da qui al prossimo 11 dicembre i rappresentanti dei governi mondiali dovranno cercare un accordo condiviso per il contenimento delle emissioni di CO2 e del riscaldamento globale. Un impegno necessario per evitare che gli effetti derivanti dai cambiamenti climatici diventino ancor più devastanti, ma soprattutto inevitabili.

Durante le circa due settimane di svolgimento della COP21 alcuni concetti risulteranno fondamentali per una reale comprensione di quanto avverrà a Parigi da qui all’11 dicembre 2015.

Conferenza delle Parti e Convenzione quadro

A cominciare proprio dal termine “COP”, ovvero Conferenza delle Parti, che identifica l’organismo che gestisce e coordina le attività in svolgimento. Quella parigina sarà appunto la 21esima edizione, mentre la prima ha avuto luogo nel 1995 con la presidenza della Cancelliera tedesca Angela Merkel.

Il termine COP conduce in maniera diretta a un altro concetto fondamentale: UNFCCC. Questa sigla corrisponde a “United Nations Framework Convention on Climate Change” o “Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici“, un trattato internazionale, in vigore dal 21 marzo 1994 (approvato nel 1992 durante il Summit della Terra di Rio de Janiero), che prende atto dell’esistenza dei cambiamenti climatici di origine antropica e pone l’obiettivo del loro contenimento attraverso strategie di riduzione delle emissioni di CO2.

Nel testo viene inoltre stabilito che ogni anno debba svolgersi una Conferenza delle Parti, che monitori i progressi dei singoli Stati e ne modifichi se necessario gli obiettivi volti alla “stabilizzazione delle concentrazioni di gas serra nell’atmosfera a livelli che prevengano un’interfenza pericolosa, di origine umana, con il sistema climatico terrestre”.

INDC, soglia dei 2 gradi e IPCC

Come processo di avvicinamento alla COP21 è stato chiesto ai Paesi partecipanti di stilare un documento, l’INDC (Intended Nationally Determined Contribution), un testo da consegnare entro il 1 ottobre nel quale sono stati indicati i passi che si intendono compiere a partire dal 2020, pur senza alcuna certezza di vincolo legale per i Paesi coinvolti, per centrare l’obiettivo indicato dalla Convenzione quadro (UNFCCC). La consegna è stata finora rispettata dal 95% delle nazioni coinvolte.

L’obiettivo generale a cui tende idealmente la COP21 è quello del contenimento del riscaldamento globale entro i 2 gradi rispetto al periodo pre-industriale. Un valore fissato dall’IPCC (Intergovermental Panel on Climate Change), proposto durante la COP15 di Copenhagen e confermato in occasione della successiva svoltasi a Cancun (COP16). Il superamento di tale soglia viene ritenuto dai più come un possibile “punto di non ritorno” per la salute del clima terrestre, mentre per altri è un limite troppo alto, come ha affermato il ministro dell’Ambiente Galletti, o non sufficiente a fornire le basi per decisioni davvero efficaci.

IPCC, Copenhagen e Cancun sono altre tre parole ricche di significato nella storia delle COP. L’IPCC o Intergovernmental Panel on Climate Change è stato istituito nel 1988 dall’OMM (Organizzazione Meteorologica Mondiale o WMO – World Meteorological Organization) e dall’UNEP (United Nation Environment Programme, Programma ONU per l’Ambiente). Valuta gli studi sul clima presentati all’interno del panorama scientifico e presenta rapporti riassunti riguardanti i livelli di conoscenza dei cambiamenti climatici in termini di risorse scientifiche, tecnologiche e socio-economiche.

Copenhagen, Cancun e Protocollo di Kyoto

La COP15 di Copenhagen è stata tra le più controverse e criticate, avendo dato vita a un accordo non vincolante e non approvato in sede di votazione finale. Ha tuttavia fornito le basi per i successivi impegni di Cancun, come ad esempio la riduzione delle emissioni di CO2 in proporzione alle possibilità dei vari Paesi, lo stanziamnto entro il 2012 di 30 miliardi di dollare ai Paesi in via di sviluppo, l’istituzione del “100 billion goal” e, come ricordato sopra, la definizione del traguardo dei 2 gradi di aumento delle temperature rispetto all’epoca pre-industriale.

Climate finance, Green Climate Fund e 100 billion goal

Alla COP16 di Cancun si deve inoltre l’istituzione del Green Climate Fund, un organo internazionale con sede a Incheon (Corea del Sud) che prevede il trasferimento dai Paesi sviluppati verso quelli in via di sviluppo, di tecnologie e finanziamenti finalizzati alla riduzione delle emissioni di gas serra e per l’adattamento ai cambiamenti climatici.

Esiste poi un termine, Climate finance, che identifica gli investimenti e le operazioni finanziarie volte alla “stabilizzazione e riduzione” delle emissioni di gas a effetto serra, al miglioramento delle difese dei territori nei confronti degli effetti nocivi dovuti ai mutamenti nel clima e a strategie di adattamento e resilienza nei confronti dei cambiamenti climatici.

Sia il Green Climate Fund che le operazioni identificate con il termine Climate finance contribuiscono al raggiungimento del “100 billion goal“, obiettivo che vede i Paesi sviluppati impegnarsi a investire 100 miliardi di dollari ogni anno (a partire dal 2020) per l’azione di contrasto degli effetti climatici nei Paesi in via di sviluppo.

Protocollo di Kyoto e Accordo di Parigi

Il Protocollo di Kyoto ha rappresentato a lungo un valore di riferimento nella lotta ai cambiamenti climatici. Stilato nell’omonima città giapponese nel 1997 (COP3), il provvedimento è entrato a tutti gli effetti in vigore il 16 febbraio 2005 con l’adesione della Russia, che ha permesso il raggiungimento del numero minimo di Paesi richiesto dal trattato e corrispondenti nel compesso al 55% delle emissioni mondiali di gas serra.

L’importanza del Protocollo di Kyoto risiede in primo luogo nel riconoscimento ai Paesi industrializzati, mai avvenuta prima, delle responsabilità in merito ai livelli record di emissioni nocive. L’impegno di riduzione dei gas serra emessi (rispetto ai valori registrati nel 1990) che ne è conseguito ha avuto un’entità differente per ciascuno Stato.

Durante le COP18 di Doha è stato previsto un documento che impegnasse i Paesi coinvolti in un secondo periodo di impegno (2013-2020), ma il mancato raggiungimento della soglia minima di nazioni partecipanti ne ha bloccato finora l’entrata in vigore.

Si arriva così ai negoziati parigini, appena avviati nella capitale francese. Alla COP21 le associazioni ambientaliste e molti cittadini di tutto il mondo chiedono un impegno vincolante e ambizioso per i governi mondiali nel contenimento del riscaldamento globale e dei cambiamenti climatici.

Da più parti si ipotizza tuttavia un accordo non vincolante che consentirà un contenimento delle temperature entro i 2,7 gradi rispetto all’epoca pre-industriale, ma che potrà contare su strumenti di controllo più efficaci e una maggiore condivisione a livello politico. Come ha dichiarato Francesco La Camera, direttore generale per lo sviluppo sostenibile, il clima e l’energia del Ministero dell’Ambiente e membro della delegazione italiana a Parigi:

Si tratterà in sede di negoziato di arrivare da un testo attuale di circa 50 pagine a 5-6 finali. La trasformazione del testo si intreccerà con le diverse sensibilità politiche e comporterà notevole impegno e difficoltà.

La Camera ha sottolineato infine l’importanza relativa all’approvazione a Parigi di strumenti quali l’MRV (Monitoring, Reporting and Verification), che consentano operazioni di “monitoraggio, revisione e valutazione” delle strategie adottate per rispettare l’accordo:

C’è necessità di stare entro una certa traiettoria di contenimento delle temperature. Oggi andremmo su una fascia compresa tra 3 e 4,5 gradi di aumento, questi impegni consentirebbero alla comunità di raggiungere a fine secolo un aumento massimo di 2,7 gradi. Non è un fallimento il non centrare i 2 gradi, purché si raggiunga un accordo che consenta di monitorare la traiettoria e permettere eventuali correzioni future da parte dei Paesi.

30 novembre 2015
In questa pagina si parla di:
Lascia un commento