Il consumo di caffè sarebbe scritto nel DNA. Secondo uno studio condotto dai ricercatori dell’Università di Trieste e dai colleghi di Edimburgo il numero di tazzine giornaliero consumato dipenderebbe dal gene Pdss2, o meglio dalla presenza o meno di una sua variante.

Secondo i ricercatori l’assunzione di caffè sufficiente a ritrovare le energie per affrontare la giornata può limitarsi a una o due tazzine, in coloro che presentano tale variante, mentre gli altri avvertiranno la necessità di superare tale soglia.

Lo studio ha visto in un primo momento l’esame di 1.297 cittadini italiani: circa un terzo di loro residenti in Puglia, a Carlantino, mentre gli altri risiedevano in 6 località del Friuli Venezia Giulia. I volontari sono stati sottoposti a controllo del DNA e hanno risposto alle domande contenute in un questionario.

Dai risultati ottenuti è emerso come i possessori della variante del gene Pdss2 consumavano in media una tazzina di caffè in meno al giorno.

Uno studio analogo è stato poi condotto nei Paesi Bassi, ottenendo una differenza nel numero di tazze consumate leggermente inferiore a quanto registrato in Italia. Frutto secondo i ricercatori sia della differente cultura locale che dell’impiego nel Nord Europa di tazze di maggiori dimensioni, contenenti quindi quantità di caffeina superiori.

Tale variante al gene Pdss2 comporterebbe, secondo i ricercatori, una riduzione della capacità delle cellule di metabolizzare la caffeina, consentendo così alla sostanza di rimanere più a lungo all’interno dell’organismo.

29 agosto 2016
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