I pomodori pelati italiani si avviano verso una rapida estinzione dagli scaffali, rimpiazzati dai sughi pronti e dalla salsa. A lanciare l’allarme è l’associazione ambientalista Terra!, che questa mattina ha presentato in Senato i dati di una ricerca curata da Fabio Ciconte e Stefano Liberti.

L’indagine, ribattezzata “Spolpati”, è durata cinque mesi ed è stata realizzata nell’ambito della campagna #Filierasporca. Negli ultimi decenni il pomodoro oblungo sbucciato e messo in lattina ha conosciuto un rapido declino nel nostro Paese, tanto da passare dal 50% del consumo di prodotti lavorati degli anni Ottanta a poco più del 10% di oggi.

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Oggi in Italia la produzione annua di pomodori ammonta a 5 milioni di tonnellate distribuite su 70 mila ettari. A detenere il primato per la produzione di pomodori al Sud sono le Province di Foggia, Caserta e Potenza. Al Nord la produzione è concentrata a Parma, Piacenza e Ferrara.

Il nostro Paese occupa la terza posizione nella classifica dei più grandi trasformatori di pomodori, preceduta solo dagli USA e dalla Cina, rispettivamente al primo e al secondo posto. Il 60% dei pomodori prodotti in Italia è destinato all’esportazione. La filiera ha un giro d’affari annuo di ben tre miliardi di euro.

La crisi del pomodoro in Italia è causata soprattutto dalle aste al doppio ribasso. La GDO spinge gli industriali ad abbassare troppo i prezzi, costringendoli a rivalersi sui produttori, obbligati a vendere sotto costo i pomodori senza sapere se sarà una buona annata per il raccolto. Per questo motivo Terra! ha chiesto al Governo di proibire le aste al doppio ribasso.

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Al Sud il problema principale per la filiera è la presenza di intermediari che guidano le organizzazioni dei produttori per ottenere i fondi europei. Queste figure non sono veri produttori interessati alla programmazione della filiera agricola.

Tra gli altri problemi del Meridione c’è il boom di false dichiarazioni all’INPS per ottenere i contributi spettanti ai lavoratori stagionali. Molte imprese soprattutto nel foggiano falsificano i dati sulle giornate di lavoro effettuate dai braccianti per ottenere indennità di disoccupazione e assegni familiari.

Al Nord il quadro è più confortante perché le organizzazioni dei produttori fanno realmente l’interesse della filiera ed esiste un contratto vincolante con l’industria, che paga di più i pomodori quando il raccolto è scarso. Terra! ha suggerito di adottare questo modello anche al Sud e di combattere le finte organizzazioni di produttori fissando un fatturato minimo più alto per la loro costituzione.

L’indagine ha appurato che il caporalato si sta avviando verso la scomparsa per via della progressiva meccanizzazione della raccolta, un metodo ancora più economico del ricorso a braccianti sfruttati.

Lo studio infine ha permesso di sfatare un luogo comune sull'”invasione” dei pomodori cinesi sulle tavole italiane. Lo scorso anno appena il 9% del pomodoro fresco lavorato in Italia proveniva dalla Cina. Si tratta perlopiù di pomodoro trasformato in Italia e destinato nuovamente all’esportazione.

Ciononostante per garantire ancora più trasparenza sull’origine dei pomodori nel nostro piatto l’associazione ambientalista ha proposto di creare una sorta di “etichetta narrante” che tenga traccia di tutti i passaggi della filiera.

17 novembre 2016
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I vostri commenti
mexsilvio, giovedì 17 novembre 2016 alle22:59 ha scritto: rispondi »

E' come per il libro ...!! o cartaceo , o digitalizzato ...!!! alla lunga vince sempre il pomodoro pelato ...!!! occorre un po di tempo in piu' pero' il sapore , l'assenza di conservanti , la faranno da padrona ..??? quello che e' veramente in declino e' la spremuta di pomodoro da L.1 , senza conservanti , che quest'anno sugli scaffali e' sparito ...!!

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