Il dissesto idrogeologico è ora una delle massime priorità, ad affermarlo il neo ministro Corrado Clini. Nelle dichiarazioni rilasciate in questi giorni dal responsabile per l’Ambiente alcune linee programmatiche sulle azioni da intraprendere e critiche per l’operato sconsiderato che è stato messo in atto in Italia sul tema della sicurezza del territorio.

Spreco dei finanziamenti e sottovalutazione delle problematiche legate al dissesto idrogeologico, questi i passi falsi degli ultimi decenni secondo Corrado Clini. Sul fronte dell’operato degli enti locali, il ministro dell’Ambiente non risparmia aspre critiche sulle modalità di gestione dei fondi ricevuti:

Il dissesto idrogeologico è una priorità assoluta, e quello che sto cercando di fare di corsa è di ridefinire il fabbisogno per l’ambiente in modo che sia legato a obiettivi di spesa precisi limitando i margini di discrezionalità delle amministrazioni locali. Buona parte delle risorse destinate alla protezione dell’ambiente – ha spiegato – sono state destinate a opere che in realtà sono di risistemazione di arredi urbani piuttosto che di infrastrutture. Le autonomie locali individuano le loro priorità con altri obiettivi.

Sempre secondo il ministro Clini, non occorre realizzare una nuova mappa delle zone a rischio nel territorio italiano, ma aggiornare quella vecchia in funzione anche dei cambiamenti climatici in atto:

Non si tratta di creare una nuova mappa delle zone a rischio, ma di aggiornare la mappa della vulnerabilità del nostro territorio rispetto ad eventi climatici estremi, avendo presente che la serie storica degli eventi degli ultimi 20 anni suggerisce che si sta passando da un regime climatico ad un altro.

Propone, oltre ad una revisione della legge urbanistica, una soluzione “estrema” che potrebbe incontrare numerose resistenze da parte degli abitanti dei Comuni interessati. L’ipotesi di Corrado Clini passerebbe per lo svuotamento dei centri abitati costruiti in zone a rischio, da ricollocare in aree ritenute più sicure. Un’idea senza dubbio valida sulla carta, ma che presenta più di una difficoltà. Oltre all’ingente costo economico risulterebbe di difficile attuazione, come sottolineato da Paola Pagliara, capo del settore rischio idrogeologico della Protezione Civile:

Di fronte al rischio idrogeologico non ci sono che due approcci possibili: o si svuotano gli abitati o si rimettono in sesto. Storicamente come Protezione civile abbiamo sempre avuto problemi con lo svuotamento. Il primo che facemmo, a Cavallerizzo di Cerzeto, nel cosentino, ci fece combattere con una resistenza strenua degli abitanti della comunità che lo abitava.

Discorso reso ancora più problematico dai numeri: in Italia risulterebbero a rischio ben 7 comuni su 10. Cifre piuttosto importanti, che fanno pensare all’ipotesi “svuotamento”, o forse sarebbe meglio dire “demolizione e ricostruzione”, come ad una soluzione difficilmente percorribile.

Fonti: Ingegneri | Blitz Quotidiano | ANSA

25 novembre 2011
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