L’accordo per la riduzione delle emissioni di gas serra che si discuterà alla COP21 di Parigi potrebbe non essere sufficiente a limitare l’aumento delle temperature globali al di sotto dei 2°C. A sostenerlo sono fonti delle Nazioni Unite ed esperti climatici del governo britannico.

La soglia di aumento delle temperature di 2°C è quella fissata dai climatologi come punto di non ritorno. Se il clima dovesse surriscaldarsi sforando questo valore qualsiasi azione di mitigazione del riscaldamento globale andrebbe incontro a un fallimento. I risultati delle trattative preliminari per la conferenza sul clima di Parigi in programma a dicembre lasciano intendere che l’aumento delle temperature verrà contenuto al di sotto dei 3°C.

Se l’intesa tra i leader globali dovesse essere raggiunta, quasi certamente si eviterebbe un aumento delle temperature di 5°C nei prossimi decenni, considerato catastrofico dagli esperti climatici.

Christiana Figueres, direttrice del programma per i cambiamenti climatici delle Nazioni Unite, si dice ottimista sugli esiti della COP21 di Parigi. Finora ben 62 Paesi hanno presentato un piano di riduzione delle emissioni di gas serra.

Inoltre anche l’India, il Brasile, l’Indonesia e altre economie emergenti sono ora più propense a ridurre le emissioni di gas serra. I Paesi già industrializzati dal loro canto si impegneranno a finanziare i programmi di adattamento ai cambiamenti climatici delle nazioni in via di sviluppo grazie a un fondo verde di 100 miliardi di dollari all’anno.

Christiana Figueres ha spiegato che la COP21 di Parigi ha più probabilità di successo rispetto alla conferenza di Copenhagen, conclusasi con un clamoroso fallimento. Dal 2009 a oggi Stati Uniti e Cina, i Paesi che emettono più gas serra, si sono impegnati a ridurre le emissioni climalteranti e hanno puntato maggiormente sulla Green Economy.

A Copenhagen gli sforzi si sono concentrati sul raggiungimento di un accordo globale che imponesse a ciascun Paese un taglio delle emissioni. Alla COP21 di Parigi si discuteranno invece i piani e le strategie di ogni singola nazione per contrastare il cambiamento climatico, sottoposti a controlli quinquennali. Un’intesa più flessibile che lascerà a ciascun Paese il pieno controllo sui programmi climatici nazionali.

Secondo Nick Mabey, esperto di negoziati sui cambiamenti climatici, i Paesi hanno molto da perdere dall’accelerazione del riscaldamento globale mentre un’economia a basse emissioni di carbonio rappresenta un vantaggio per tutti.

17 settembre 2015
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