Nuovi orizzonti per ridurre l’impatto dei cambiamenti climatici vengono dalla geoingegneria. A molti critici sembra un modo per rinunciare all’impegno globale nella riduzione delle emissioni di CO2, che sarebbe la principale responsabile di tutto questo.

Molti Stati si stanno avvicinando però alla sperimentazione di queste tecniche e anche l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) nel suo quinto Rapporto ha ipotizzato il suo utilizzo per contribuire a ridurre le concentrazioni di anidride carbonica presenti nell’atmosfera.

Di questi metodi farebbe parte anche l’utilizzo di olivina: minerale silicatico, composto soprattutto da silicio e ossigeno, con presenza di legami di magnesio e ferro, che se esposto all’aria riuscirebbe ad assorbire CO2 facendo profilare l’ipotesi di poter scongiurare il pericolo di un eccessivo aumento delle temperature terrestri.

Lo sostiene il Dr. Olaf Schuiling, geochimico olandese ormai in pensione, ma che a 82 anni scrive ancora articoli dal suo ufficio presso l’Università di Utrecht. Ha studiato per anni questo materiale e in base alle scoperte fatte, ha cercato di proporre la sua diffusione su campi, spiagge, argini, percorsi e persino nei parchi giochi dei bambini.

L’olivina è in effetti un minerale abbastanza presente in natura, si trova in molte rocce, soprattutto in quelle magmatiche e può essere prodotta anche dal metamorfismo di contatto. Schuiling sostiene che una quantità pari a 3000 volte la quantità di calcestruzzo usata per la diga Hoover sul fiume Colorado (3 milioni di metri cubi), potrebbe essere sufficiente per iniziare a mettere un freno ai cambiamenti climatici.

Una quantità che sarebbe quindi possibile reperire senza grandi difficoltà, secondo lo scienziato “la terra ci aiuta a salvare la terra”. Sostiene, e l’Olanda sembra aver seguito i suoi insegnamenti: attualmente si possono vedere distese di olivina su sentieri, giardini e aree gioco, in tutto il Paese.

Anche il mondo della ricerca ne è stato stimolato: Francesc Montserrat, ricercatore ed ecologista presso la Royal Netherlands Institute for Sea Research in Yerseke, sta valutando la possibilità di spargere olivina anche sul fondo del mare, per ottenere lo stesso effetto, mentre in Belgio, ricercatori facenti capo all’Università di Anversa, stanno studiando i possibili effetti di questo materiale su colture come orzo e frumento.

Come sempre esiste però, anche la controparte degli scettici, che sottolineano come servirebbero tempi lunghi per diffondere quantità così elevate nell’ambiente, di questo minerale e affermano che la sua estrazione comporterebbe tra l’altro, ulteriori emissioni di CO2. Bisognerebbe inoltre, sostengono, considerare il rischio, con la sua diffusione a larga scala, del rilascio di metalli contenuti in piccole concentrazioni nella sua struttura e che potrebbero anche essere inquinanti.

11 dicembre 2014
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