Si è aperta martedì 9 e si concluderà venerdì 12 febbraio ad Atene la conferenza delle parti delle Nazioni Unite, che vede impegnati 150 delegati dei 21 Paesi che fanno parte della Convenzione di Barcellona. Sono Paesi appartenenti all’Unione Europea che si affacciano sul Mediterraneo e che dopo l’Agenda per lo sviluppo sostenibile 2030 dell’anno scorso, e dopo gli accordi presi durante il summit delle Nazioni Unite di settembre 2015 e la COP21 di dicembre dello stesso anno, si apprestano ad affrontare tutta una serie di problemi riguardanti le aree costiere e marine del Mediterraneo.

Tutto questo a 40 anni esatti dall’adozione della Convenzione, nata per proteggere il mar Mediterraneo in particolare dai rischi dell’inquinamento. Mehmet Birpinar, presidente turco dell’Ufficio per la Convenzione di Barcellona, ha aperto l’incontro spiegando come sia importante andare avanti sulla strada già intrapresa nel corso del 2015 e trasformare gli accordi in obiettivi raggiunti:

Abbiamo ancora bisogno di ulteriori progressi in questo settore. Sono sicuro che saremo tutti d’accordo sul fatto che un pieno adempimento debba essere raggiunto.

Ha proseguito il sottosegretario generale delle Nazioni Unite e direttore esecutivo dell’UNEP (United Nations Environment Programme) Achim Steiner con un messaggio registrato, durante il quale ha sottolineato l’importanza del potere vincolante che la Convenzione di Barcellona ha (e che non hanno altri tipi di accordo) e dell’unione di tutti i diversi Paesi che si affacciano sul Mare nostrum per la risoluzione di problemi che riguardano tutti.

Durante i 4 giorni del meeting la discussione porterà a stabilire nuove linee d’azione nell’ambito della Strategia Mediterranea per lo Sviluppo Sostenibile 2016-2025 e del Mediterranean Action Plan (MAP) da qui a 6 anni. Il primo piano di azione per il Mediterraneo è stato adottato nel 1975 da alcuni Paesi dell’allora Comunità Europea, nell’ambito del Programma mari regionali delle Nazioni Unite. Lo scopo era proteggere l’ambiente marino e costiero dalle minacce emergenti monitorandone le condizioni e le azioni messe in campo e incentivare allo stesso tempo le preziose risorse di questo bacino, sulla base della cooperazione tra nazioni.

Nuovi temi rispetto a quelli trattati in origine, che riceveranno particolare attenzione in questi giorni saranno l’offshore, la conservazione e tutela della biodiversità e l’adattamento ai cambiamenti climatici.

Novità ci saranno anche nel metodo: si vuole puntare in particolare su una rete di azione più stretta e organica e rafforzare l’azione di controllo rispetto alle azioni che vengono portate avanti. Come spiega Gaetano Leone, coordinatore dell’UNEP/MAP:

Focus principale su due linee di azione. Una è quella di sostenere i Paesi nella realizzazione dell’ambizioso programma discusso in questa COP, direttamente e tramite partnership e collaborazioni più forti, l’altra è di lavorare per un monitoraggio più rigoroso e integrato e verso un maggiore sviluppo della rendicontazione ambientale, in modo che si possa essere in grado di valutare l’impatto della nostra azione nel Mediterraneo in modo sistematico. Questo anche al fine di garantire l’uso efficace ed efficiente delle nostre risorse umane e finanziarie in futuro.

11 febbraio 2016
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