L’importazione di cibi, da frutta a verdura fino al pesce, non sono solo un problema legato all’inquinamento atmosferico determinato dai trasporti, ma anche un fattore di salute. Una recente ricerca, infatti, ha dimostrato come gli alimenti importati siano maggiormente responsabili delle patologie legate alla nutrizione.

La rivelazione è stata resa nota a seguito di un intenso studio, condotto dal 2005 al 2009 negli USA dal Center for Disease Control avvalendosi del Foodborne Disease Outbreak Surveillance System, ovvero un sistema in grado di calcolare l’aumento improvviso di malattie alimentari per capirne, per inferenza, i motivi. In questo lasso di tempo, sono stati 39 i “picchi” di patologie legate al cibo, con 2,348 segnalazioni di malati.

L’alimento più a rischio di malattie alimentari è stato il pesce, con ben 17 picchi, a cui seguono spezie, peperoncino e verdure. La maggior parte dei cibi sospetti, oltre il 45%, è stato importato negli Stati Uniti dall’Asia. Ma le cause non sembrerebbero essere connesse a una supposta minore igiene in oriente, bensì dai tragitti di molte ore cui sono costretti questi prodotti per raggiungere il suolo a stelle e strisce. Alcuni cibi apparentemente freschi, infatti, possono aver subito durante il trasporto degli sbalzi di temperatura oppure essere entrati in contatto con batteri e altri contaminanti. E, sempre secondo le stime del CDC, il dato rilevato sulle cosiddette “foodborne illness” sarebbe addirittura sottostimato, perché sarebbero moltissimi i casi di malesseri passeggeri – quali ad esempio delle momentanee dissenterie – non registrate dal sistema di rilevazione perché non segnalate ai medici.

La risposta più semplice a quello che risulta essere un vero e proprio “avvelenamento involontario” di tali prodotti sarebbe quella di alimentare una spirale “local” della compravendita alimentare. Acquistare a chilometro zero, infatti, assicura che frutta e verdura siano fresche di giornata, riduce l’emissione di anidride carbonica e abbatte il rischio di malesseri post ingestione. Tuttavia, difficilmente il mercato rinuncerà alla possibilità dell’import: nel solo 2007, infatti, il settore ha fruttato 78 miliardi di dollari, con l’85% di pesce e il 60% di vegetali importati. E i consumatori sono ancora poco avvezzi a rinunciare ai prodotti esotici per ritornare alla stagionalità dell’alimentazione. Ma il rischio è destinato a non essere più contenibile: solo per fare un esempio, in un recente studio a campione la Food and Drug Administration ha scoperto come oltre il 15% di una grande partita di papaya proveniente dal Messico fosse positiva ai test della salmonella.

17 marzo 2012
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