Di inquinamento si muore, in tutte la parti del mondo. Nel primo mondo si muore avvelenati dallo smog e dalle emissioni delle nostre industrie ma nel terzo mondo la morte per inquinamento assume caratteristiche che possono sfiorare l’apocalittico. Così in Nigeria, dove Wiwa e il MOSOP hanno lottato per anni perché il delicato eco-sistema su cui si basava la vita della popolazione indigena degli Ogoni non venisse definitivamente distrutta dalla Shell. Ma allo stesso modo, per lo stesso motivo, si muore in Ecuador, nel pieno della foresta amazzonica.

Qui la Texaco, poi acquisita dalla Chevron, si è resa responsabile di un vero e proprio “massacro” ambientale ai danni del delicato eco-sistema amazzonico e delle popolazioni indios.

Il periodo in cui il disastro si sarebbe avverato è durato trent’anni, dagli anni ’60 fino all’alba dei ’90: trenta anni, più altri venti per arrivare, finalmente, ad una condanna e ad un oneroso risarcimento di 9 miliardi di dollari. Tantissimo tempo, perché anche qui, la multinazionale ha avuto le spalle coperte dai vari governi che si sono succeduti. Solo con l’attuale governo socialista, la verità ha potuto finalmente affiorare in tutta la sua drammaticità.

Ma quanti sono 9 miliardi a fronte di decenni di distruzione? Come ha detto giustamente il presidente Rafael Correa:

La società petrolifera ha commesso un crimine contro l’umanità. Villaggi interi sono stati sterminati a causa dell’inquinamento

“Crimini contro l’umanità” per cui la somma richiesta per il risarcimento dall’accusa era di ben 27 miliardi di dollari. Ma nessuna cifra ridarà all’Amazzonia il suo aspetto originale, né cancellerà trent’anni di morti e violenze subite dalle popolazioni indigene.

Se il risarcimento ha deluso le aspettative, un aspetto positivo della condanna sarà che la Chevron dovrà chiedere “scusa” per quanto successo – pena il raddoppio della sanzione economica. Questo dice, infatti, la sentenza che aspetta comunicati ufficiali della multinazionale entro 15 giorni, pubblicati su giornali ecuadoregni e statunitensi. Insomma, una piccola rivincita morale e un monito alle altre imprese.

Concludiamo, dando spazio alle rivendicazioni di uno degli avvocati responsabili di questa grande vittoria, Pablo Fajardo:

È la prima volta che un popolo indigeno fa causa a una multinazionale nel Paese in cui i crimini sono stati commessi e ottiene giustizia. Abbiamo intenzione di presentare ricorso perché riteniamo che il risarcimento non sia sufficiente. Secondo un rapporto recentemente presentato in tribunale i danni potrebbero ammontare a 113 miliardi di dollari.

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E se l’appello venisse vinto, sarebbe davvero una sentenza storica.

16 febbraio 2011
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